ADOLFO ALBERTAZZI.
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AMORE E AMORE.
Novelle.
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1913. Nicola Zanichelli Stampa, BOLOGNA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi, Paolo Oliva e Mario Sciubba Caniglia per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice.
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IL LEARDO.
LIBERALIT DI BERTRAMO D'AQUINO.
DIO LO VUOLE!
UN'OPERA DI PIET.
LO ZECCHINO DI MARINGRI.
A SANT'ELPIDIO.
IL PRINCIPE MENDICO.
LE VIOLE.
AMORE E AMORE.
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FINE Indice.
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IL LEARDO.
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1.
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Nella notte, tra il gracidare delle rane e lo stridere dei grilli, gli amanti, che la fossa divideva, mescevano brame molte e pi promesse in lieve suono di parole, come di sospiri.
Essa stava a una finestra del castello; egli di qua dalla fossa, al margine ultimo. Cos ogni notte; perch ser Lapo, l'avaro signore del Farneto, non consentiva all'amore della figlia con quel povero cavaliere che era Raimondo di Santerno; e all'albeggiare Raimondo inforcava il suo fido e bel leardo, e Giovanna lo accompagnava con gli occhi intenti finch egli spariva per il bosco.
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La boscaglia in quell'ora si svegliava, e l'indefinita letizia della vita universale al far del giorno invadeva l'animo del giovane co 'l canto degli uccelli, l'odore delle erbe e degli alberi, la frescura dell'aria: susurravano le foglie, stormivano le rame, cinguettavano le passere, chioccolavano i merli, strillavano le gazze: murmuri, palpiti, fremiti; voci e canti ed inni: un inno concorde e solenne di gioia e di grazie della natura universa al sole e all'amore.
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Il cavaliere non affrettava il cavallo. E le sembianze dell'amata, mal certe al suo sguardo durante il colloquio, allora gli s'avvivavano nell'imaginativa s che rivedeva pi bella la donna; le parole di lei risonavano al suo orecchio pi dolci e pi distinte e, come voleva la letizia dell'ora, egli, che di lei non aveva per anche tocca una mano, ne sognava l'intero possesso con ingannevole gaudio. Oh le morbide guance di rosa e le carni gigliate e fresche!
Ma la notte, traversando la boscaglia alla volta del Farneto, un'ambascia grave gli pesava su l'anima, e tanto pi disperava di un lieto fine al suo amore quanto pi ardeva dal desiderio di riparlare almeno e di riudire Giovanna cos, di furto, la notte. E mentre cercava tra le fronde spesse la vista delle stelle, scorgeva ombre nere che passavano tra i rami dei cerri e delle querce. Erano le streghe. Le streghe l'accompagnavano con mala intenzione, male augurando, sommessamente, al suo povero amore; sommessamente.
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Egli rideva forte, e gli avessero pure additato, le streghe, la chiocciola d'oro dai pulcini tutti d'oro, la quale, al dir della gente, si trovava dentro nel bosco, ch'egli avrebbe saputo ben rapirgliela, al demonio!
Ma anche quel ridere, cos, a forza d'animo, non lo sollevava dall'oscuro presentimento.
E con desiderio intenso e disperato di Giovanna affrettava il leardo per un sentiero che era stato aperto e battuto dal suo buon leardo, e che lo guidava al suo amore pi presto e di nascosto.
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Giovanna del Farneto desiderava per marito Raimondo di Santerno come questi desiderava lei per moglie; e se Raimondo si doleva della sua sorte e minacciava di penetrare nel castello, essa, per gran paura che le fosse ucciso (giorno e notte vigilavano le guardie a custodia del ponte: fonda e larga era la fossa, alta la cinta e ferrate le finestre), gli si prometteva ancora e gli raccomandava di fidare in lei. Poi, una notte, lo consigli cos:
- Mio padre non vuol maritarmi a voi perch non siete ricco; vorrebbe, se quel vostro zio di Monveglio vi donasse delle sue terre. Andate dunque dallo zio a pregarlo che finga donarvi delle sue terre, e noi, sposati che saremo, gliele renderemo secondo patto giurato e stipulato.
Piacque il consiglio al cavaliere. Il quale, il d appresso, cavalc alla volta di Monveglio.
Vi giunse che era tardi; e trov lo zio molto lieto, come uno che ha cenato bene e cenando ha bevuto vino vecchio, di quello che rischiara la mente, ravviva lo spirito e intenerisce il core.
- Che volete, mio bel nipote? - domand. Intesa la richiesta, rispose sbito:
- S s, faremo questo patto; e parler io a ser Lapo del Farneto. M' amico.
Poi, strizzando gli occhi: - Ma di' - chiese -:  molto bella la figliuola di ser Lapo?
Raimondo rispose: - Innamorai di lei per udita, e quando la vidi non me ne pentii. Voi la vedrete.
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Mentre ser Lapo del Farneto numerava certe monete lucenti che sembravano esser state battute allora allora, e accarezzandole cogli occhi le ammucchiava su la tavola, uno scudiero avvert la scolta che il signore di Monveglio veniva a trovare il castellano. All'annuncio, messer Lapo si alz puntando le mani sui bracciali del seggiolone, e con quanta fretta gli era consentita dalle deboli forze e dai malanni che gli intorpidivano le membra ripose il tesoro nella cassapanca, e diede l'ordine. - Ben venga il nostro amico!
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I due, a rivedersi dopo molti anni, dissimularono entrambi la sorpresa di un sentimento maligno d'invidia: il signore di Farneto, perch egli, scarno, smorto e male in gambe, scorse rubesto, rubizzo e grasso quello di Monveglio; di gioia questi, per confronto del suo stato con quello dell'amico. Ma Lapo chiam la figliola, bramoso che l'altro gli invidiasse almeno un tesoro ch'egli non aveva; e il signore di Monveglio, vedendo la bella giovane, con gli occhi gaudenti ne scopr le carni gigliate e fresche; sent di essa una sbita concupiscenza; dimentic il nipote e quindi lo ricord, ma per tradirlo.
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- Voi avete una fortuna, che non ho io - disse a ser Lapo quando Giovanna fu uscita. - Che mi valgono i quattrini, a me?
Sospir. Indi chiese: - La maritate?
Arcigno in viso, con tono aspro, ser Lapo rispose: - Essa  bella, savia e d'alto lignaggio: a chi volete che la dia? - E si dolse del tempo presente, quando non c'era un cavaliere degno di sua figlia. - Poi io - aggiunse l'avaro -, non voglio dotarla prima di morire.
Allora parl di lungo il signore di Monveglio; e parl in guisa che l'altro lo comprese disposto a prendere moglie senza dote. - Ma io, io non sono pi giovane! - lamentava il signore di Monveglio.
- Mia figlia  savia - ribatt ser Lapo. E alla fine fu conchiuso il parentado.
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Durante la cena i vecchi amici discorsero della loro giovinezza; ilare e rubicondo l'uno, l'altro sempre scuro e sempre astioso. Neppure a ripensare la letizia della sua giovinezza ser Lapo poteva ridere, quasi una colpa o sciagura della virilit amareggiandogli la vecchiaia piena d'acciacchi lo rimordesse d'essere stato forte.
Chiedeva per anche lui: - Vi ricordate? -; e narrava bei fatti: i due vecchi narravano fatti di liberalit e di cortesia, e biasimavano il tempo presente. Ma, di quei due, uno era traditore e l'avaro, l'altro, era di tale coscienza che non rideva mai.
Questi, dopo la cena, chiam la figliola e - Sei sposa - le disse. E accennando all'amico:
- Messere  il tuo sposo.
E quegli stringendo la mano della giovane timida e confusa non sent com'era fredda.
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Corse la fama che la bella Giovanna del Farneto andava in moglie al vecchio di Monveglio, e la gente compiangendo la donzella ne ignorava tutta la sventura; ignorava che il suo dolore era quale il segreto dolore di Raimondo di Santerno.
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Le nozze s'annunciavano magnifiche. A un'abbazia a mezza strada tra Monveglio e il Farneto, alla quale d'ogni parte dovevano convenire i parenti degli sposi, si sarebbe celebrato il matrimonio una mattina presto; e messer Lapo, che non poteva girare e cavalcare, avrebbe attesi gli sposi nel castello.
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Magnifiche le nozze. Se non che neppure la solenne circostanza fece liberale messer Lapo, e per non spendere nei cavalli che recassero le parenti e i servi di scorta alla figliola, egli mand attorno, qua e l, a domandarne in prestito. Di ci ebbe notizia Raimondo di Santerno; il quale desider che il buon leardo, gi ignaro testimone del suo amore lungo e sfortunato, fosse testimone a Giovanna del dolore e della fede sua richiamandole il ricordo di lui per ogni passo del cammino doloroso; e sped un valletto a chiedere di grazia a messer Lapo che disponesse per palafreno della sposa il suo cavallo.
-  quieto - il valletto disse -, e la porter dolcemente.
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L'avaro acconsent. E la mattina delle nozze, quando avanti giorno le fantesche vestivano la povera Giovanna e gli scudieri allestivano gli altri cavalli per la compagnia, e in tutto il castello era un affaccendarsi rumoroso e gaio, il leardo fu condotto da Santerno. Al lume dei torchi, per la finestra della sua stanza, messer Lapo vide partire la compagnia, e guard a lungo la figliola, che gli parve pi bella e bene adorna. Ma non porse attenzione a come fosse bello e bene adorno anche il leardo che la portava ambiante, dolcemente.
La cavalcata procedeva triste. I primi raggi del sole si spegnevano in una nuvolaglia biancastra e nell'aria greve non si moveva una foglia di tutto quel bosco, entro cui la strada penetrava perdendosi nel fondo fitto. Non un uccello cantava allegro; e la sposa sentiva cos enorme il peso della sua sventura che non aveva forza di piangere; e le mancava il respiro. La cavalcata procedeva triste. Nel cielo, sopra, la nuvolaglia si addensava a poco a poco, e dinanzi l'aria si rabbuiava sempre pi, quasi annottasse. Per qualcuno della scorta, interrogato il tempo, proponeva di tornare indietro.
- Siamo a mezzo viaggio: avanti! - dissero gli altri.
E la sposa, smarrita nel suo dolore enorme la considerazione delle cose, non vedeva e non udiva; non udiva se non ripercuotersi nel cuore il passo uguale del leardo: Raimondo! Raimondo! Raimondo!
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Gi un rombo sordo passava per le nuvole imminenti. Cavalieri e dame incitavano destrieri e palafreni e, con paura, tentavano di ridere. Povera sposa! L'acquazzone la coglieva per la strada!
Infatti l'intemperie cominci a risolversi in gocce grosse e rade; e poi in un'acqua dirotta, scrosciante, fragorosa. Nel fondo livido i lampi guizzavano e s'inseguivano tra gli alberi, che al bagliore parevano mostri sbigottiti, e il tuono, dentro quel cielo e dentro quel bosco, era il rotolare d'un traino infernale.
Finalmente con strepito di schianto repentino un fulmine stridette, scoppi da presso; e il leardo spaventato prese la corsa d'una furia. Via! Corse, non pi veduto, per un lungo tratto; non pi veduto, balz dalla radura oltre un rivo e dietro un sentieruolo obliquo. Via! E la sposa, avvinghiata alla criniera, cieca di terrore, sembrava tendesse lo sguardo a un abisso nel quale s'aspettasse di precipitare.
Via! via! via!
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Quanto cammin il leardo traverso la boscaglia? D'improvviso Giovanna, riacquistando la vista delle cose, si scorse fuori del bosco, sotto il cielo terso e luminoso e davanti a un piccolo castello bianco e solatio. Il leardo nitr. Dal castello uno scudiero guard e riconobbe il leardo; guard il signore del luogo, Raimondo di Santerno, e riconobbe Giovanna.
E poich fu abbassato il ponte lestamente, Giovanna cadde dal cavallo nella braccia di Raimondo.
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Ma lo scudiero aveva a pena dato da mangiare al bravo animale madido di pioggia e di sudore, che il padrone venne nella stalla e comand:
- Salta in groppa e corri dal proposto di Sestale: che per nessuna cosa al mondo manchi di essere qua avanti mezzod!
N era ancora mezzogiorno quando, mentre le genti del Farneto e di Monveglio ricercavano tuttavia per il bosco la donzella, il signore del Farneto e il signore di Monveglio appresero che madonna Giovanna, in cospetto di Dio e del prete di Sestale, era divenuta moglie a Raimondo di Santerno.
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- Mi sta bene - disse quel di Monveglio. Ma l'altro bestemmi Iddio e la sorte e la figliola. Pareva un vecchio cane arrabbiato. E imparando il fatto del leardo - Maledetto quel cavallo! - grid furibondo -. Per lui ho rinnegata la figliola e lascer al diavolo la mia roba!
- Al diavolo - gridava - al diavolo!
E ser Lapo, la notte, nei sogni torbidi osservava un cavallo furioso con spravi la figlia traverso il bosco; e la visione e l'impressione dei sogni perdurandogli nella mente turbata e affievolita, egli ripeteva spesso anche di giorno: - Ah quel maledetto cavallo! quel cavallo! Maledetto!
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Poscia, un giorno d'autunno, intanto che madonna Giovanna e una fantesca distendevano il bucato al sole, arriv di corsa a Santerno uno scudiero del Farneto.
- Madonna - disse -, messer Lapo sta male; vuol vedervi.
Madonna Giovanna, piangendo, affoll lo scudiero d'inchieste; e Raimondo fece sellare il leardo.
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Presero per via pi breve il sentiero occulto che l'amore di Raimondo aveva tracciato dentro il bosco. E andando, con l'anima in pena, la donna si raffigurava il padre morente nella camera ove egli era rimasto lieto un mattino ad attenderla sposa e poi, in un tormentoso abbandono, era rimasto mesi e mesi ad aspettar la morte. Lo rivedeva quale l'aveva veduto un giorno, fanciulla, portare di peso dai servi entro la stessa camera, il volto contraffatto e gli occhi gonfi e sanguigni, brutto, pauroso; e a secondare cos, con la fantasia commossa, il ricordo lontano, sentiva quasi un conforto risalendo pi addietro nelle memorie della puerizia, quando per virt della sua gaia innocenza quetava le ire del padre, ne raddolciva le asprezze e ne dissipava forse i truci disegni. Su 'l castello gravavano leggende di misteri foschi.
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Essa, con la visione precisa delle cose puerili, ricorreva ora per le camere ampie, fredde e sonore; nella corte chiusa da muraglie umide; nell'orto incolto; sotto il porticato conventuale; attorno la cinta tutta sgretolata e macchiata di licheni e di muschi, e chiamava il padre con strilli di terrore e di gioia; ed egli, con un pallido sorriso, l'accoglieva nelle sua braccia.
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Ed ora moriva! Forse era gi morto senza averla riveduta, dopo averla invocata e attesa invano: forse era gi morto! Ella guard il marito che le veniva appresso pensoso e silenzioso.
Sotto i piedi del leardo crepitavano le foglie secche. Nel bosco era una tristezza lugubre.
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Giunti che furono al castello madonna Giovanna corse nella stanza ove ser Lapo, adagiato nel seggiolone e sorretto dai guanciali, traeva a stento il respiro, presso l'ampia finestra.
- Padre!
Il suo aspetto non era pi quello di un tempo e non era quello che la figliola s'era raffigurato: nel viso esangue traspariva la sofferenza di un micidiale dolore per gran tempo raccolto e protratto, ma l'anima, che aveva conteso il corpo alla morte e per brev'ora aveva vinto, quasi purificata dalla contesa e dalla vittoria gli effondeva nel viso esangue una luce nuova di bont e di piet. Gli occhi non pi irosi e torvi guardarono con dolcezza placida, a lungo.
- Padre! Perdono!
Dalle labbra raggricciate e livide uscirono finalmente parole miti e generose
- I miei figli...
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E messer Lapo, che aveva perdonato a' suoi figli, volle vedere Raimondo. Venne. Riconoscendolo, il morente disse: - Muoio.
Segu un silenzio d'alcuni minuti, eterno, rotto soltanto dai singhiozzi della figliola e dal gorgoglioso respiro del padre. Indi questi, quasi vaneggiasse o afferrasse in una riflessione estrema un'estrema ricondanza, balbett ancora:
- Quel cavallo....
Voleva rivederlo, il cavallo che aveva dato tanto dolore a lui ma tanta gioia aveva dato alla sua figliola or perdonata e benedetta?
Ordinando di condurre nella corte, sotto la finestra, il leardo, madonna Giovanna indovinava l'ultima volont di ser Lapo?
Poco dopo il leardo raspava nella corte.
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E la figlia china sul padre -  l - disse, e tese la mano verso il cavallo.
Il vecchio alz le palpebre, abbass uno sguardo dalla finestra. Lo vide e parve che sorridesse. Ma le palpebre non ricaddero sopra le pupille spente.
- Padre! - grid la donna.
Il sire di Farneto, morto, pareva che sorridesse.
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Tradotta in tedesco da A. Schrott e pubblicata dalla "Sonntags-Zeit" di Vienna il 5 marzo 1911.
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LIBERALIT DI BERTRAMO D'AQUINO.
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La corte di Carlo primo d'Angi, dopo la strage di Tagliacozzo e dopo che da un colpo di scure fu troncata l'adolescente baldanza di Corradino di Svevia, fioriva di nobili donne e baroni e cavalieri, e splendeva in magnificenza di conviti, danze, tornei e feste mai pi vedute.
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A una di tali feste Bertramo d'Aquino, che tra i cavalieri del re aveva lode di singolar valore e cortesia, conobbe la moglie di Corrado Torrella, suo amico di molti anni, la quale era bellissima donna e si chiamava Fiola. E cominciando egli subito a vagheggiarla, in breve se ne innamor in modo che non poteva pensare ad altro. E poich madonna Fiola, non per freddezza di natura o per amor del marito o per sincerit di virt, ma per diffidenza degli uomini e timore di scandalo e troppa stima di s medesima, gli si mostrava aspra e fiera, messer Bertramo si perdeva ogni d pi nel desiderio di lei e per lei giostrava, faceva grandezze, vinceva ogni altro cavaliere in gentilezza e liberalit.
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Tutto invano: la donna era sorda alle sue ambasciate; gli rinviava lettere e doni; non gli rivolgeva uno sguardo. Ond'egli, che oramai non sperava pi nulla, nulla pi le chiedeva; e non sentendo alcun bene se non in vederla, triste e sconsolato, ma sempre con destrieri nuovi e mirabili, passava tutti i giorni sotto alle finestre di lei, e ogni volta che poteva vederla la salutava umilmente: essa moveva altrove i begli occhi.
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Un amico, il quale vantava grande esperienza in conoscer le donne, confortava Bertramo:
- O madonna ha un altro amante, ci che non sembra da credere, o finir con innamorarsi di voi.
E Bertramo, con mezzi sottili, ebbe certezza che Fiola non aveva altro amante. Ma ella non cedeva, anzi diveniva pi rigida; s che quell'amico esperto assai delle femmine avrebbe dovuto ricredersi se la fortuna, impietosita delle angosce del cavaliere, non avesse trovata una strana via per aiutarlo.
Un giorno messer Corrado condusse la moglie e una gaia compagnia di cavalieri e dame alla caccia del falcone, in una villa che aveva poco lungi da Napoli. E dopo esser stato con loro in pi parti senza molto fortuna, giunto a una valletta, che pareva fatta dalla natura per cacciarvi, disse tutto allegro:
- Ora vedrete se il mio sparviero sa spennacchiare!
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Presto i cani si misero in traccia delle starne; e levandone un bracco un fitto drappello, egli fe' il getto e grid: - Guardate!
Lo sparviero, che era ben destro, scese di furia sulle starne frullanti e le disperse; una gherm e stracci e insegu le altre, come un soldato valoroso che piombi sopra una schiera di nemici e abbattutone uno fughi e insegua i rimanenti.
- Come Bertramo d'Aquino, mio capitano, a Tagliacozzo! - disse messer Corrado.
E per dar ragione del confronto tra il suo caro sparviero e l'amico assai caro, narr di questo le belle prodezze, quando l'avea veduto irrompere impetuoso nel furor della mischia.
- Certo - aggiungeva - non c' alla corte e fuori chi uguagli Bertramo. Che modi e generosit! Anche il re gli vuol bene.
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E di Bertramo seguitava a narrare pi geste e grandezze.
Madonna Fiola ascoltava attenta il marito; e le lodi al cavaliere, che aveva posto tanto amore in lei, le pungevano l'animo di compiacenza, quasi fossero lodi alla sua bellezza, se la sua bellezza aveva potuto accendere uomo cos perfetto; e come le lusinghe della vanit nelle donne possono tutto, anche piegare a sensi miti le pi proterve, ella rivolgeva nel pensiero quante pene aveva sostenute Bertramo, quanto acerba noncuranza essa gli aveva dimostrata. E le pareva d'aver fatto male.
Potenza d'Amore! Gi sentiva che meglio che una durezza superba e una fredda virt soddisfaceva il suo orgoglio l'innalzare a s il pi ammirato dei cavalieri, senza pi timore alcuno d'abbassarsi a lui. Nella esuberante sua giovinezza gi serpeva un desiderio vago di consolazioni nuove e di nuove gioie suscitate e acuite, per lo spirito e per i sensi, dalla forza della passione e dalla fatalit della colpa. S! Era destino che amasse Bertramo d'Aquino; inutilmente, fino a quel giorno, aveva voluto resistergli. E tutto quel giorno pens a lui; n s tosto fu di ritorno a Napoli che si pose al balcone bramosa che egli, come soleva, passasse di l a riguardarla.
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Lo vide giungere all'ora usata. Ratteneva il bizzarro puledro, e per quetarlo gli palpava il collo scorso da un tremito: salut la dama, la quale smorta e palpitante risalut, e parve sorridere; e a lui s'allarg il cuore e chiar la faccia per sbita allegrezza.
Cos Bertramo fu pronto a scrivere una lettera a madonna Fiola scongiurandola di commuoversi a misericordia e di procurargli agio a parlarle.
Rispose. Le era grato l'amore di lui, ma per l'onor suo e del marito non poteva nulla promettere, nulla concedere.
Riscrisse egli assicurandola che voleva solo parlarle, e che in ci solo poneva la salvezza della sua misera vita. Rispose: venisse, ma a parlare soltanto, una prossima sera (e Fiola diceva quale) in cui Corrado, di ritorno da una caccia lontana e faticosa, sarebbe andato a dormire per tempo.
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Ecco finalmente la sera del convegno; limpida sera estiva. Bertramo s'era dilungato assai fuori della citt quasi ad affrettare, a incontrar l'ora invocata e troppo lenta a discendere. E quando le ombre confusero le cose e le stelle si specchiarono nel mare pens: - Fiola m'aspetta -. Ma non torn indietro, ma sent vivo il piacere d'essere atteso, egli che dell'attesa aveva patita tutta la pena. Pure il maligno compiacimento fu breve, e se ne dolse. Rivolse il cavallo e gl'infisse gli sproni nei fianchi: via, di aperto galoppo e di piena gioia, come all'assalto!
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Intanto Fiola, visto che ebbe il marito addormentato nel profondo sonno della stanchezza, corse a socchiudere la porta dalla quale doveva entrare l'amante. Ascolt: nessuno. Allora dalle aiuole e dalle macchie si die' a raccogliere alcuni fiori e li componeva in mazzo, pensando.
E alla mente di lei, che con la fantasia si spingeva da un pezzo a pregustare le volutt del suo dolce amore, ecco balenar il dubbio di esser precipitata nella vendetta di messer Bertramo. Troppo duramente e troppo lungamente lo aveva fatto soffrire; temeva, se messer Bertramo mancasse per inganno al convegno, esser fatta gioco di lui. E se egli non aveva l'animo che suo marito aveva vantato, non diventerebbe, lei, con acerbo dolore e vergogna, ludibrio non solo di lui, ma de' suoi amici e di tutta la citt, lei, la virtuosa donna di messer Corrado? Ah! si vedeva accomunata dalla colpa e dallo scherno a quante dianzi spregiava, e si doleva d'esser caduta dalla sua casta fierezza, e malediceva il suo destino.
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Ma ascolt: - Eccolo! - Gett i fiori sul sedile; rapida e lieta fu incontro al cavaliere che entrava e gli aperse le braccia sorridendo e sospirando: - Sono stata in affanno!
Messer Bertramo la strinse forte. - Merc dunque del suo grande amore; piet, o madonna Fiola, dei suoi lunghi travagli! - Le parole di lui erano ardenti non meno che gli sguardi di lei; e a lui pareva che ella avesse una luce intorno il capo biondo, e a lei pareva ch'egli fosse ebbro d'amore.
Sedettero. Ella, tremante, strappava le corolle dei fiori che aveva raccolti e deposti, e le lasciava cadere a una a una, senza saper perch. Lo sapeva messer Bertramo, che essa gettava cos i fiori dell'anima sua, per lui; a terra, per lui! E, palpitante, le rivolgeva i motti pi dolci; a cui ella rispondeva: s. Ma meravigliandolo tale accondiscendenza in Fiola, il cavaliere ebbe anche voglia di conoscer da lei perch fosse stata tanto rigida un tempo e qual cagione l'avesse indotta da poco a consolarlo.
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Essa mormor: - Io non v'amava. Ma mio marito, un giorno che eravamo alla caccia insieme con molti cavalieri e gentildonne, osservando un nostro bravo falcone precipitare addosso alle starne e scompigliarle tutte, si ricord di voi, e disse che come il falcone alle starne aveva visto far voi ai nemici, nella battaglia. E ricord tutto il vostro valore e giurava che nessuno potrebbe mai superarvi in cortesia. Allora io mi pentii d'avervi fuggito quasi mala cosa; e ora son vostra.
Udite le parole della donna, messer Bertramo stette silenzioso e raccolto in s stesso. A lungo tacque, in una dolorosa concitazione di pensieri e d'affetti. Poi, con uno sforzo che parve e fu supremo, perch egli rifiutava il bene non di quella sera, ma della sua giovinezza, ma della sua vita, si lev in piedi e esclam
- Non sar mai ch'io offenda vostro marito, se mi ama cos e ha tanta fede in me!
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E tolte di seno alcune bellissime gioie, le porse alla donna pregandola di serbarle per sua memoria. Indi aggiunse: - Per memoria di voi, voi datemi, madonna, il primo e l'ultimo bacio.
Madonna Fiola Torrella turbata molto, per nuova ammirazione dell'animo del cavaliere o pi tosto per vivo rammarico del perduto amore, gli concesse quel bacio; e messer Bertramo le disse addio e part.
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DIO LO VUOLE!.
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Con soave accondiscendenza la giovinetta avvolse il braccio al collo di lui e gli rispose con sommissione pudica; poi, abbandon il capo al cuscino e a poco a poco, chiusi gli occhi, s'addorment. Riccardo la sentiva cos dormire; la sentiva alitare e palpitare, e pareva che dal contatto gli derivasse allo spirito commosso una tenerezza mesta e un trepido senso di piet: il suo spirito riagitato da un sentimento pi antico e profondo che l'amore, ma che tuttavia l'amore gli deprimeva dentro, gi tremava e sbigottiva in un presentimento di pene prossime e fatali.
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Rifletteva. Nel giorno aveva visti molti cavalieri apparecchiarsi al passaggio, a cui il principe Edoardo d'Inghilterra e il conte di Brettagna erano stati chiamati da Luigi il santo; e di quelli egli aveva compresa e raccolta la gioia impetuosa dell'andare a combattere i nemici della fede. Ma pensava che non poteva partire, per la sua donna.
Per le donne di Antiochia vendute all'incanto, per i fratelli ceduti schiavi agli schiavi, per le vergini insozzate dai mamalucchi partivano i re. Partivano i nobili inglesi e scozzesi per i fratelli cristiani di Palestina e di Siria minacciati dalla ferocia di Bibars. Ma Riccardo non poteva partire.
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Bibars il sultano feroce aveva distrutti i templi di Maria in Antiochia e in Nazareth, e sparsi al vento e al fuoco i vangeli, e sugli altari scannati i sacerdoti di Cristo; i guerrieri di Iopp e di Safad erano morti trucidati tutti a uno a uno al cospetto di Bibars. Ma Riccardo non poteva partire.
Sui morti rimasti insepolti a Jopp e a Safad brillava, la notte, una luce celeste e i guerrieri di Francia, di Spagna e Sicilia, gi in Terrasanta, incontro a Maometto cantavano:
Vexilla Regis prodeunt: Fulget Crucis mysterium.
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Riccardo non voleva partire. Rifiutava l'onore del corpo: alla salute dell'anima non voleva pensare.
Pensava. Quando, ecco parergli che il buio della camera s'estendesse senza limiti, enorme come quello dei ciechi, e ch'egli, fuori di s, vi smarrisse la coscienza corporea: quando, ecco nella nera oscurit balenare una luce viva da una croce di fiamma e dalla croce uscire il suono di queste parole sensibili, quasi luminose anch'esse: - Dio lo vuole! Va!
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La moglie si dest atterrita al terrore di lui, ed egli, tornato in s, affannosamente le diceva della miracolosa visione.
- Io ho paura di Dio - diceva -. Mi bisogna andare a questo passaggio.
Ma la donna tacque; e ruppe in pianto. E tra i singhiozzi si dolse che non per s breve letizia aveva sofferto tanto nel suo lungo ed avversato amore, e tante rampogne soffriva ogni giorno dal parentado ricco e superbo.
Pure, dopo molto pregare e piangere - Dio lo vuole! -, essa fu queta e persuasa alla volont divina. Allora toltosi un anello di dito lo diede a Riccardo dicendo:
- Questo vi ricordi me e la mia fede e il frutto dell'amor nostro, se potr crescere in me.
Riccardo abbracci la donna.
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Quando Edoardo d'Inghilterra fu sbarcato al lido cartaginese re Luigi nono era gi morto. Invano il Santo, ricoperto di cilicio sopra un letto di ceneri, aveva mormorato fra i respiri estremi: Jerusalem! Jerusalem!, perch il re di Sicilia conchiuse una tregua, lev l'assedio da Tunisi e affrett i suoi e i Franchi al ritorno.
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Ma non tornarono, no, i guerrieri d'Inghilterra. E, per recar innanzi i vessilli della croce, tracciarono dei loro corpi la via fino a Nazareth quanti, a cento a cento, perirono di caldo, perirono di fame o avvelenati dal tristo miele, dai frutti maligni e dalle erbe che mangiavano. Peggio, a Nazareth le schiere decimate non trovarono da massacrare che un popolo d'inermi. E bisogn che ritornassero. Senza gloria di geste, senza ricordi e speranza d'imprese generose, tornare! Tornare senza aver tcca una ferita combattendo!
Cos Edoardo d'Inghilterra, colpito di pugnale, a tradimento, in San Giovanni d'Acri, non fu tosto risanato che, quasi fuggisse la maledizione di Dio, fugg di Terrasanta.
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Ma, e quelli che vi rimasero pi lungamente infermi? Tra essi, in San Giovanni d'Acri, fu pure Riccardo; e vi rimasero poveri in modo che, riavutosi a stento, Riccardo dovette procacciarsi il pane con basse fatiche. Sospirava e temeva di non rivedere mai pi la sua donna lontana.
San Giovanni d'Acri a quei giorni era peranche la pi bella citt della Siria: una citt lussuriosa. Ampio il porto, dove le navi europee scambiavano merci e ricchezze; alte e dipinte le case; i palagi del re di Gerusalemme e del re di Cipro e dei principi di Galilea, di Cesarea, d'Antiochia, di Tripoli, di Tiberiade, Tiro, Sidone, erano magnifici, con vetriate che riflettevano il sole: principi e re coronati e gemmati passeggiavano per le vie incontrandosi con i mercanti di Venezia, Genova e Pisa, e con Francesi e Inglesi, Tartari e Armeni; e nelle piazze protette contr'il sole da paramenti di seta e di sargia giostravano i cavalieri a spettacolo e onore di dame sfarzose e superbe. I chierici stessi smarrivan Dio tra le ricchezze e i piaceri.
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Ci considerando Riccardo, dopo la delusione delle imprese sognate in patria con mente fervida e pura, dopo l'abbandono dei compagni che erano stati ricordevoli solo di s, e nella vicenda di fatti pei quali sembrava che Cristo dormisse affinch trionfasse la gente dell'Islam, perdette anch'egli a poco a poco la luce, la guida e il conforto della fiducia divina; e la necessit quotidiana delle fatiche volgari gli oscur, gli restrinse il pensiero ed il cuore. Se non che l'affetto, che un d aveva posposto alla fede, risorse allora a sorreggerlo pi vivo e pi intenso; e come la fortuna cominci a secondarlo, per quel desiderio di allietare un giorno con la ricchezza la sua donna e il figliolo, se gli era nato e cresciuto, protrasse il ritorno anche quando n'ebbe occasione propizia. Per arricchire si diede a trafficare per vie non lecite e a prestare ad usura; e accumulava monete. E intanto quell'affetto buono, di cui solo nutriva il cuore e il pensiero, lo conteneva in una delle antiche virt, una sola: viveva casto. Egli guardava religiosamente l'anello della sua donna.
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Un giorno, e non seppe n dove n come, Riccardo perdette l'anello. N'ebbe grande dolore, e solo dopo assai tempo pot darsi pace di questa sventura. Ma perduto l'oggetto del ricordo, perdette pur la tenacia e la virt del ricordo; perdette il freno di s e l'ultima virt che gli era rimasta.
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Quand'ecco, nella colpa, nelle attitudini della colpa, il pensiero di Riccardo fu respinto a vedere la moglie nella sommissione pudica delle prime strette nuziali, ed ecco che il raffronto gli ridest vivo, preciso, sensibile tutto quanto della moglie aveva smarrito e obliato: le sembianze, la voce, lo sguardo, il respiro. E riudiva la moglie raccomandarsi al suo amore e raccomandargli la fede in lei mentre piangeva e gli porgeva l'anello; e nello spirito, respinto da quel ricordo d'amore alla fede antica, egli ebbe una nuova illusione dell'antico portento: - Torna a Dio; torna in patria! Va!
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Cos quella voce che l'aveva ammonito con visibile segno ad andare al passaggio, l'ammoniva ora, oscura nell'animo, e pareva che gli dicesse quest'altre parole: - Se la tua donna potr riconoscerti e ti sar rimasta fedele, Dio t'avr perdonato.
Riccardo fugg dal peccare e recatosi da un cavaliere dell'Ospedale, uomo di probit conosciuta, l'impegn a distribuire fra i poveri di Tolomeide le sue ricchezze male raccolte; n di ci che aveva acquistato con onesta fatica ritenne pi del bisogno a imbarcarsi in una nave la quale, quel giorno stesso, salpava da Acri.
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Il pellegrino finalmente ha toccato il suolo della patria. Ha la schiavina tutta lacera, i piedi nudi e il sangue infermo per il malore che gi lo grav con affanno mortale.
Ristando qua e l a domandar l'elemosina prosegue il duro viaggio e sospinge lo sguardo in cerca delle sue montagne ancora indefinite nel cielo remoto, come ondeggiamenti di nebbia: la strada si dilunga innanzi bianca, infuocata, immutabile. Ed egli cammina. Lunga la strada, e la casa molto lontana; brevi i riposi, e a frusti il pane della carit. Ed egli cammina cammina.
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Finch l'occhio non vaga pi per luoghi mal noti, ma corre ai monti nativi, che acquistano linee precise nel chiaro azzurro, e il pensiero misura la distanza alla meta: anche pochi giorni di viaggio. I piedi laceri e le membra rose dal male; assidua scorta, la morte. Ed egli cammina cammina.
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Rivede estenuato e angoscioso i luoghi amici: i bei luoghi. Anche un giorno. Rivede il colle ridente nel sole e il paese bianco tra il verde: in capo al paese, il castello paterno. Anche un'ora. Non pi stanchezza, non male: mormora accosto la strada il ruscelletto dall'acqua pulita, e non beve; un cane gli esce contro di furia, e non teme. Egli cammina cammina e guarda innanzi, come in sogno; e l'intento dell'animo al prossimo fine lo trascina ansante barcollante muto su per l'erta, al castello.
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Nell'androne  una turba di miseri, ai quali a uno a uno la dama fa la carit con atto umile e mesto; e un gentil fanciullo aiuta la madre nella cura pietosa e sorride. Il pellegrino, muto, a capo basso, in ginocchio, attende il perdono di Dio, mentre dicono i poveri: - Dio ve ne renda merito. - E la donna dice: - Pregate Dio che mi torni Riccardo.
Non lo riconosce. Questo, ah  dunque questo il tremendo castigo della fede mancata? - Dio lo vuole! - Senza sospetto la dama porge una moneta a Riccardo. Non lo riconosce. E s'avvia.
Ma l'ignoto mendico con la foga degli ultimi spiriti avvinghia delle braccia il figliolo e lo stringe, disperatamente, e lo bacia. E al grido del fanciullo la donna manda un grido di terrore e d'amore vedendo il marito cadere, corpo morto, riverso.
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UN'OPERA DI PIET.
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Anastasio Bonesi, uno dei mercanti pi noti a Bologna e in Romagna, aveva presa in moglie una giovane di nome Valeria; la quale era molto bella, di buoni costumi e cos prudente e accorta che nelle faccende della mercatura aiutava e consigliava lei stessa il marito. Cristina invece, la sorella di Anastasio, era vana e di mente corta, e credendosi non meno bella che la cognata e sapendosi, al paragone, meno lodata di lei, avrebbe voluta umiliarla, e per coglierla in fallo ne spiava i passi, gli atti, i discorsi. Ma Valeria attendeva ai figlioli e agli interessi della famiglia senz'altro pensiero.
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A Bologna viveva in quel tempo messer Anselmo Canetoli, un giovane ricco e di nobilt antica, a cui non isconveniva una lusinghiera rinomanza nelle cose d'amore.
Questi, mentre, con due amici, una sera dopo i vespri, andava a diporto per una contrada, s'imbatt in Valeria che insieme con la cognata e con un figlioletto per mano tornava dalla chiesa vicina, e si ferm a osservarla dicendo: - Ecco la pi bella donna che si possa vedere a Bologna; e io non l'avevo mai vista!
- Ma  una mercantessa - disse uno degli amici, con tono beffardo. - Ed  onesta - aggiunse un altro con tono a un tempo provocatore e maligno.
Messer Anselmo tacque. Quasi temesse l'accusa d'una voglia troppo bassa per lui, non parl pi con nessuno di quella borghese che aveva due occhi stellanti e nell'aspetto e nelle forme gli pareva avere la severit gentile di una matrona.
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Ma quando la impressione prima della belt di Valeria gli si fu approfondita nell'animo e nella fantasia cominci a ricercarne e ad accarezzarne la bella immagine, gli risovvenne del sorriso con cui uno degli amici gli aveva detto -  onesta -, e pens che tal fama gli scuserebbe l'umilt dell'impresa.
Si mise dunque a vagheggiare la donna e a seguirla per ogni luogo e a passare sotto le finestre di lei. Ella non lo guardava, o lo guardava senza intenzione. Lieta invece lo vedeva e l'attendeva la cognata Cristina, la quale convinta d'avere acceso della sua bellezza un tal gentiluomo, non capiva pi in s dalla gioia. Di che messer Anselmo s'infastidiva come di un impedimento al suo fine e tentava altre strade per giungere ad esso.
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Gli bisognavano pi cose nel suo palazzo; and da Anastasio, a comprarle. Anastasio lo condusse a casa sua nel magazzino; ma Valeria non c'era. Quindi messer Anselmo riusc a dimesticarsi una vecchia in cui, come parente e donna assai religiosa, Valeria riponeva molta fiducia; e l'indusse a chiedere a madonna Valeria perch cos ripugnasse dal suo amore e perch s'egli per via le rivolgeva qualche parola, ella non gli rispondesse neppure, o, se le mandava qualche lettera, la rifiutasse. La parente, sedotta dall'oro, promise l'opera sua; e con molti preamboli e con lunghi avvolgimenti cerc di persuadere la donna, non gi affinch si disponesse a commettere il male, ma affinch non divenisse causa di guai a s e al marito con quell'aspra freddezza che offendeva un signore quale Anselmo Canetoli. Non poteva essa, pur resistendo, mostrare almeno di compatirne il grande amore?
Furon parole! Madonna Valeria rispose: - Ditegli che io non gli voglio n bene n male: che io ho da attendere alla mia famiglia e a nient'altro. Lasciate che mi cerchi o cerchi di farci del danno: la verit  come l'olio; e, grazie a Dio, non abbiamo bisogno delle sue ricchezze perch io debba perdere il mio buon nome dietro le sue smanie.
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L'impresa diventava difficile; pi degna di messer Anselmo. Anzi lo turbarono l'orgoglio ferito e la brama acuita da quel diniego cos placido e fermo, e lo spinsero, bench esperto e avveduto, all'assalto pi audace.
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Col pretesto di cercar di nuovo Anastasio Bonesi s'introdusse nella casa di lui in ora che la moglie era sola. E alle sue preghiere e a' suoi lamenti e all'esagerazione stessa della sua passione Valeria non contrappose lo sdegno: non contrappose nemmeno l'incredulit: oppose un rifiuto freddo e quieto ma tenace e irremovibile. L'assalto fu ributtato. E la volont del giovane baldanzoso urtando per la prima volta con una volont pi salda, non si sostenne e non insist. Egli si dissimul la propria debolezza; rise; volle dimenticare nei sollazzi e nelle orgie quello stolido capriccio inesaudito. Ma quando pi la giocondit e i piaceri gli fervevano attorno, gli appariva pi bella la serena e severa imagine di Valeria, e quasi per i sensi disposti ad altre gioie gli penetrasse pi vivace e sottile il desiderio di quel bene perseguito invano, tutte le dolcezze gli tornavano amare, tutti gli svaghi gli recavano un'intollerabile noia.
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E pi soffriva essendo per costume un disordinato amante, che solo al piacere sensuale limitava l'intento dell'amore e della vita; e mentre imaginava e meditava la bellezza di Valeria, guardandola nel suo fisso pensiero si diceva con raffinata cupidigia: - Oh! possederla! e, dopo, morire.
Ma per quanto si rimproverasse d'aver corso troppo e si ripetesse che non era stato abbastanza astuto e fermo, non ardiva ritentare l'impresa. Comprendeva che madonna Valeria non avrebbe acconsentito mai, per ostinazione di coscienza o, peggio, per ostinazione di natura. Cos il pensiero di lei s'impadron solo e assoluto della sua mente e divent doloroso. Cos le dimande e i sorrisi dei compagni, che gli leggevano in faccia la cura segreta, a lui sembravano oltraggi; a lui, che un tempo aveva sin nascoste le proprie fortune d'amore, riusciva ora d'umiliazione e vergogna dover mentire o lasciar travedere un'acerba sconfitta, quasi la sconfitta d'un capitano reputato invincibile.
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Si sottrasse agli amici; rinchiuso in casa s'abbandon del tutto al suo cupo e inconsolabile affanno. L'insonnia cominci a consumarlo e la febbre, una febbre sorda, a limargli le forze. Quell'idea fissa gli struggeva il cuore, la giovinezza, la vita.
Meglio morire, oramai. Ma quando sent che l'approssimava la morte, si riscosse, spaventato, in un impeto di desiderio: - Vivendo, chi sa che non conseguisse un giorno, una volta sola, il bene per cui s'era dato alla disperazione?
E sperava. Sperava e s'era ridotto a tal punto per disperazione! Delirava.
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Delirando, tra le forme confuse e strambe di persone conosciute intorno a Valeria, una volta sogn anche la vecchia bigotta, la parente del mercante che egli si era amicata invano; e tornato in s stesso mand a chiamarla perch riferisse a Valeria la sua misera condizione. Quella accorse, e a trovarlo pi morto che vivo cap come per suo profitto le rimaneva un tentativo solo e innocente.
- Messere - chiese -, volete che madonna Valeria venga a vedervi?
- Oh s! - rispose l'infermo -. Mi potrebbe guarire.
Poco dopo la vecchia diceva a madonna con aria di severit:
- Valeria, tu sai che quel poveretto muore per te. Per la sua pazzia Dio lo castiga cos; ma noi non dobbiamo godere che abbia del male chi intendeva farci del male: dobbiamo perdonare e venirgli in aiuto. Io l'ho visto, l'ho udito, e per l'amore dei tuoi figliuoli e per l'amore di Dio ti chiede d'andar da lui. Vuoi acquistarti del merito visitando un infermo e perdonando a chi cercava tirarti al peccato? E tu va. Non vuoi? E tu mettiti in pace con la tua coscienza, e rimani.
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Valeria tacque a lungo, riflettendo; poi sospir e disse:
- Voi avete ragione: bisogna che vada. - E incaricatala di tenere in ciarle la cognata Teresa e di badare ai figlioli, si vest in fretta e usc di soppiatto.
Intanto Anselmo attendeva, ma la speranza stessa gli era di fatica e di pena; e una sonnolenza grave e fantasiosa l'avvolse. In questa egli vide la morte. La morte, quale con freddo terrore da fanciullo aveva spesso considerata dipinta, tutta ossa, con uno sguardo nero nelle orbite cave e profonde e con un infernale sorriso tra le mandibole lunghe e dentute, s'avanz scricchiolando con la mano tesa, quasi per toccarlo su 'l cuore, e pareva che dicesse: basta!
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Egli si ritraeva con terrore freddo, gemendo. Ma la mano del mostro ricadde; dalle orbite cave lampeggi una vivida luce come di due occhi di donna, e per virt di tal luce lo scheletro a poco a poco rivest umane forme e di donna innamorata ricevette a poco a poco la sembianza, il colore, il sorriso e una meravigliosa bellezza.
Al portento, l'infermo di un grido di gioia. E scorse china su di lui madonna Valeria.
- Messere - ella diceva -, voi avete vinto il pi duro assalto del male. - E gli tergeva la fronte soavemente.
- Dio vi rimeriti - mormor Anselmo, che si sentiva alleggerire e ristorare da una forza rinnovatrice di tutti gli spiriti. - Foste cattiva....; oggi, no.
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La donna arross e disse: - Volentieri sono venuta a vedervi; ma che cosa posso fare di pi?
Alla dimanda il viso di Anselmo torn sofferente e rispose: - La mia vita  la vostra -. E aggiunse: - Se mi contentaste, dopo non mi vedreste mai pi, non udreste mai pi parlare di me.
- Voi non pensate all'anima vostra - ribatt la donna -, all'anima mia!
Anselmo ripet: - La mia vita  la vostra. Per Cristo morto in croce, non dovreste ammazzarmi!
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Tacquero. Indi l'ammalato sospir: - Lasciatemi dunque morire -; e abbass le palpebre.
Madonna Valeria ebbe paura: cos, con gli occhi chiusi, nella penombra, l'infermo pareva un cadavere; e a lei in quei minuti lunghi di angoscia sembr di sentire su la coscienza il peso del delitto che ancora non aveva commesso. Ella si dibatteva perch non voleva fallare, e avrebbe voluto concedere il bene invocato. E mentre pensava, udiva l'affanno di Anselmo. - "Cedendo il corpo non salvava forse un uomo? E non cedendo l'anima chi avrebbe potuto incolparla d'infedelt?"
Sopraffatta da questo pensiero e vinta, disse, con voce tremante: - Messere, fra un mese, la sera del sette settembre, che mio marito deve andare a Firenze, verrete da me: vi prometto che v'aspetter al portone dell'orto. Ma giuratemi che, dopo, non mi cercherete mai pi.
Anselmo Canetoli giur. Avrebbe, dopo, abbandonata Bologna per sempre.
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Ma appena fuori di quella camera e di quella casa, quasi al lume e al rumore della strada ricuperasse la conoscenza e la misura della realt, madonna Valeria sent il turbamento, l'amarezza, il rimorso del fallo in cui era caduta, e giunta a casa sua, piena d'ira e smaniosa, cominci a raccontare alla vecchia ci che pur troppo aveva fatto e che pur troppo aveva detto. La parente dissimulava la sua gioia tra le esclamazioni e i sospiri e la confortava. - In tal caso strano chi si sarebbe comportata altrimenti? Dio, che perdona le colpe pi gravi, doveva perdonare la colpa commessa a fine di bene. - E, confortandola, per curiosit le chiedeva tuttavia particolari del fatto e spiegazioni; onde apprese fino il giorno e il modo del convegno. Anzi l'appresero in due, perch Cristina, che aveva vista la cognata uscire pensierosa e tornare con in faccia il segno d'una sventura, fiutando il mistero s'era messa ad ascoltare dietro una porta, e, come accade sempre a chi ascolta di nascosto, impar e indovin proprio quello che meno s'attendeva e voleva. Non di lei, ma di Valeria messer Anselmo era innamorato; innamorato al punto che Valeria, per compassione di lui, avrebbe tra un mese disonorato il marito! Arrabbiata pertanto e sconvolta dall'odio, deliber di vendicarsi; e la sera del medesimo giorno rivel al fratello tutto quanto aveva appreso.
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Anastasio alla notizia rimase come a un colpo di mazza sulla testa. Ma tosto si riebbe e si contenne; finse di non crederci; minacci la sorella che guai a lei se ripetesse la cosa con qualcuno. E tanto gli premeva il suo nome e s poca fede aveva nella segretezza e nella benignit di sua sorella, che pochi giorni dopo la mand a Pianoro presso un cugino.
Quetato in questo, Anastasio pot cercare il partito pi acconcio per impedire che la moglie fallasse e nel medesimo tempo per sorprenderne l'intenzione di cui voleva punirla; per scoprire la verit, ma anche evitare uno scandalo e, non essendo uomo uso a spada o a pugnale, evitare danni pi grandi. E dopo molti disegni risolvette di travestirsi e di penetrare lui nell'orto prima dell'amante, la sera del convegno.
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Oh come trascorrevano lenti i giorni per il misero uomo, e che fatica durava a celare il suo travaglio! E madonna Valeria penava al pari di lui. Non c' donna per cos onesta che non volga l'animo, sia pure in fugaci abbandoni, agli stimoli della vanit; ed essa udendo che messer Anselmo aveva ricuperato vigore e salute e gi usciva di casa, non poteva non sentire in s stessa il merito di averlo guarito e non pensare che molte belle donne ne sarebbero state orgogliose. Pensieri cattivi; e per scacciarli Valeria ricordava il marito e l'amore di lui; e ricordava anche il torto della sua brutta promessa. Con la ragione combattuta e la coscienza affannosa, o non dormiva, la notte, o non dormiva tranquilla.
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Venne, come a Dio piacque, la mattina del giorno temuto dalla bella donna, sospirato da Anselmo Canetoli e maledetto da Anastasio Bonesi. E questi, detto addio alla moglie, con tutte le sue robe se n'and in un luogo poco lontano ad aspettarvi l'ora di tornare travestito a casa.
Valeria socchiuse il portone dell'orto per tempo. Ma il diavolo, che spesso si diletta di trascinare con disagio ai suoi fini, mand proprio quella sera due mercanti romagnoli in cerca di Anastasio Bonesi; e la moglie, come al solito, dovette ospitarli.
Prepar in fretta la cena. Poi usc; e scorta l'ombra che credeva l'amante, gli si accost risoluta dicendo piano: - Son qui.
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Egli tese le braccia. Ed essa: - Siete guarito?
Il marito rispose come meglio seppe, ma, povero marito!, non rispose cos piano e non con tale simulazione e sicurezza che con sbito orrore la donna non scoprisse chi era. Anastasio! Tradimento; infamia! Ingannata, lei si sent offesa, e in diritto di vendicarsi, e in dovere di mantener la parola e compiere l'opera di piet che l'insidia del marito le sembr del tutto giustificare. Doveva salvar le apparenze della dignit e della virt? con la sagacia doveva, dissimulando, contrapporre inganno all'inganno? Preg dunque l'altro di pazientare che certi suoi ospiti romagnoli andassero a letto, sicch senza sospetto lor due potessero restare insieme. E l'introdusse nel magazzino, che chiuse a chiave. Indi corse nell'orto; apr il portone dietro cui l'amante gi imprecava alla lealt delle donne, e facendogli segno di tacere e di seguirla, lo condusse in una stanza vicina.
Anselmo Canetoli era quale un uomo riarso di sete in un d canicolare che giunga a una fresca sorgiva; Valeria era quale una donna in cui l'ira sta per divorar l'animo ma ch' pur sempre, in coscienza, onesta.
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Essa pensava: - Quanto bene mi vuole! Mio marito, che ha tal fede in me, si meriterebbe che non lo lasciassi andare mai pi. - Ma fu impietosita dalla stessa opera di piet, e rinsav tosto, e disse: - Messer Anselmo, mantenete la vostra parola come io la mia. Andate, e non pensate pi a me!
Anselmo sospir. Vincendosi, le ripet ch'ella non l'avrebbe mai pi riveduto, sebbene la ricorderebbe in ogni luogo e per sempre. E part.
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A Valeria restava ora da pacificare Anastasio; da togliergli ogni dubbio su la sua fedelt. A poco a poco, ricuperandosi, essa comprendeva che le era debito davvero confortar anche lui. N fu per cattiveria se ricorse a uno strattagemma crudele. Non trov miglior strattagemma; e tutt'angosciosa venne dove erano i mercanti e disse loro: - Ajutatemi! Un giovane, che mi sta attorno da un pezzo,  qui in casa con brutta intenzione. Voi gli insegnerete a non disturbare le donne degli altri.
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I due balzarono in piedi; essa li accompagn al magazzino. Ove entrati, quelli gridarono: - Ah cane! Ah vigliacco! Ti daremo noi l'andare attorno alle donne degli altri! -; e, secondo il costume dei romagnoli, non avevano finito di minacciare che gi tempestavano Anastasio di pugni e di calci. Per farsi riconoscere, il misero gridava, bestemmiava, pregava. E fu riconosciuto dopo che fu tutto pesto; ma i mercanti non lo riconobbero con meraviglia minore del vederlo fra le braccia di madonna Valeria domandando perdono e chiamando sua moglie la pi virtuosa e pi saggia donna del mondo.
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Madonna Valeria si fingeva stordita e chiedeva: - Come? Siete voi? Dov' dunque colui?
- Sta sicura - rispose Anastasio, felice -: ho chiuso io il portone dell'orto!
E cos, finalmente, madonna Valeria, pot dormire tutta la notte d'un sonno tranquillo e pieno; pot riposare la sua buona coscienza nell'opera di piet che aveva compiuta. Quella d'aver convinto, a quel modo, il marito della sua virt, per risparmiargli i tormenti della gelosia e la certezza del disonore?
No: l'altra.
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LO ZECCHINO DI MARINGRI.
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L'orrida bellezza dei "calanchi"!. Dalla parte ove il monte dirupa nella Landa fiorita sino al limpido rio quella rovina par l'opera d'una grande fantasia turbolenta e ansiosa che la morte abbia interrotta, freddata quasi a castigo d'orgoglio; e l'anima che ammanta di verde i dorsi al di sopra e riempie la valle di colori e di voci, ivi sembra tenuta in un lungo stupore, sembra attonita e stanca in un sogno che fu e non  pi pauroso.
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Diroccate muraglie, quali tramezzi disposti con regola e sostenuti da irti speroni, protendono guglie e cuspidi, estendono creste, si aprono a tagli, a frastagli, a crepe, a solchi, a strappi, a lacerazioni, a incavi tra cui le ombre e le luci mutano lente; e i tronchi vertici e le sottili lame dentate e i corrosi ricami - quando un soffio di vento si direbbe bastasse ad abbatterli, confonderli, disperderli - rimangono in vista, fuori degli sconvolgimenti massicci e su le profondit opache, come fortunati avanzi di un infantile capriccio o di una sublime audacia. Il sole accende la sabbia gialla che ricopre le balze argillose e posando su queste fa turchiniccia la grigia scena: non la ravviva: non un filo d'erba erompe dalla inerte materia; non un trillo passa per la squallida uguale tristezza.
Eppure cos bella!
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Dal Castelletto di Lmola vi andavano ragazzi in festa a scoprire e radunar cose morte e strane pietruzze. I timidi ristavano al principio del pendio; gli arditi, ora scivolando ora aggrappandosi, scendevano un poco e, fermi in un ripiano, s'incitavano all'opera. Scavavano. Ed erano frequenti le conchiglie fossili, valve e bivalve; e curiose rotelle azzurrognole con strie d'improntate meduse o a geroglifici; e frusti di marne bianche segnate a figure di foglie e a noduli e vene di calcedonio e diaspro, o velate di una tinta crocea e bruna.
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Talvolta sorgevano esclamazioni di gioia: dava certezza di rarit un piccolo dente di squalo; dava illusione di rintracciato tesoro qualche pezzetto di pirite dalle auree faccette o di marcasite spruzzata di mica come d'argento.
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Raccolta vi avevano fatta un giorno Aurelio Contralbi, il figlio del conte Genesio che villeggiava nel possesso avito di Lmola, e i figliuoli del sarto, Cesco e la Lisa: seguaci fidi ma non timorosi del duce, sebbene egli superasse di due anni l'uno e di oramai quattro l'altra.
E gi Cesco era stanco di ubbidire agli ordini per cui rischiava di precipitare in fondo alla Landa, allorch la Lisa, intenta a dissodare al sicuro, nel balzo presso la strada, gett una delle solite strida di meraviglia e di gioia.
- Cosa ho trovato!
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Sempre arrogavasi maggior valentia dei compagni e vantava i portenti delle sue scoperte.
- Guardate! correte! Cosa ho trovato! Un bel centesimino!
Aurelio Contralbi non le badava, al solito; ma Cesco colse l'opportunit per tornare a proda. E togliendo alla sorella la moneta ch'essa nettava con la punta del grembiule: -  una medaglina! - grid a sua volta - D'oro! - aggiunse dopo averla considerata con aria grave. - Vieni a vederla, Aurelio! Corri! C' un santo!
Il nobile ragazzo venne adagio, incredulo, canzonandoli. E vide che la moneta, ripresa dalla Lisa e ripulita, luceva davvero; e ne sospett il pregio.
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Allora, prepotente, senza parlare, la strapp di mano all'amica e si avvi di corsa verso la villa...
Ladro! Portarla via cos! Ladro!
Urlava in pianto la fanciulletta, mentre il fratello si provava a inseguire il fuggitivo e gridava:
-  della Lisa! L'ha trovata lei! La sua medaglina! Ladro! brutto ladro! Frmati!
S! Dov fermarsi Cesco, invece; disperato prima che stanco; fremente d'ira e accorato dal dolore della sorella, che veniva pian piano tutta scossa dai singhiozzi, nascondendo col braccio il volto lagrimoso.
- Sta buona - le diceva il fratello. - Lo diremo a suo padre; ce la render.  la nostra! Brutto ladro! ladro! ladro!
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Altre contumelie, che aveva imparate dagli uomini grandi, il ragazzo aggiungeva per isfogo; altre minacce.
Ma la Lisa sapeva bene che erano vane parole; che non riavrebbe pi il suo centesimino d'oro, e piangeva inconsolabile.
- Sta buona. Ne troveremo un'altra, delle medagline! Torniamoci; e se ne troviamo....!
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E tornarono a scavare, speranzosi.
Intanto: - San Marco - borbottava il conte Genesio, rigirando fra le dita la moneta che suo figlio diceva d'aver trovata lui nei "calanchi". Proprio d'oro! Uno zecchino veneto - S. M. VENET - decifrava il dotto conte. E brontolava: - San Marco e il doge inginocchiato. - Di qua. Dietro, il Signore; con la scritta chiarissima: EGO SUM LUX MUNDI.... Ma che diavolo significavano le lettere marginali nel lato diritto: MARINGRI?
- Chi diavolo era Maringri? - chiedevasi il dotto conte Genesio.
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Tredici anni dopo, avendo il proposito di fidanzarsi a una ereditiera in cui amore e gentilezza non potevan tanto da deprimere l'alterigia della famiglia borghesemente arricchita, il giovane Aurelio Contralbi conte di Lmola ricercava le tracce della sua antica nobilt, quasi ad aiuto di superiorit maritale. Voleva persuadere a fatti storici la signorina che il suo nome era dei pi illustri d'Italia.
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E leggeva le cronache che suo padre aveva acquistate per accrescere l'archivio della famiglia e che forse lui, il dotto conte Genesio, non aveva mai lette da capo a fondo.
Cos, tra memorie di prepotenze aristocratiche e di violenze commesse per decoro della famiglia e per punto d'onore, incontr anche questa notizia:
A d 2 de luglio 1597 in Bologna fu tolto su dai sbirri il conte Prosporo Contralbi per havere con li suoi huomeni de Lamola rapinati de' mercatanti che di l transivano pretestando quistione de pedagio.
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Bravo il conte Prospero! Gli altri Contralbi avevano percosso, sbudellato, accoppato per gelosie e vendette: egli preferiva di giovare a s stesso e ai lontani nipoti svaligiando i mercanti che scendevano da Savigno e dall'alto Modenese. Rubatore di strada!
Oh no! Non era, a dirla, una gloria! Ma neanche, tacendolo, era un delitto senza venia; perch, alla fin fine, il conte Prospero comprometteva la pelle negli assalti e nelle zuffe: non derubava con oneste apparenze e tranquilli inganni, come certi altri capostipiti. La ricchezza, del resto, non somiglia a un'acqua limacciosa che si purifica scorrendo col tempo?
Le quali riflessioni esortavano a non arrossire del brutto fatto nemmeno in segreto. Eppure il giovane conte Aurelio rimase male. Ricev da quella lettura un senso dell'amarezza, della pena, quasi del rimorso che avrebbe forse provato l'avo rapinatore se invece che del cinquecento fosse stato un gentiluomo del secolo ventesimo.
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Finch la remota cagione di quel turbamento al giovane conte si defin in un ricordo suo proprio, d'improvviso ravvivato, d'improvviso riflettuto nella coscienza. Gli sovvenne di quel giorno lass... E gli risonavano all'orecchio le minacce e le invettive di Cesco, il ragazzo del sarto (- ladro! brutto ladro! -); e gli si riaffacciava a intenerirlo e a impietosirlo, con la tristezza del male commesso e non riparato, l'immagine della piccola Lisa. Ripugnando dal pensiero di quella furfanteria - lui ricco, forte, pi grande, carpire a una bambina povera, alla innocente compagna de' suoi giuochi la moneta ch'essa aveva trovata, un tesoro! -; e dovendo pensare che in lui quel giorno si fossero vilmente ridestati gli atavici istinti di prepotenza e cupidigia, avrebbe voluto veder ora, l innanzi a s, la Lisa per allietarla con un atto munifico; per accertar s stesso d'aver anche generosit nelle vene e di aver nell'animo la cortesia dei costumi raffinati e dei tempi nuovi.
Ma come?
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La Lisa poteva essere, ora, sui diciannove anni; con speranze di nozze; forse gi promessa sposa. Mandarle un dono nuziale?... O... portarle quello zecchino?
Ma dove, dove era andato a finire quel maledetto zecchino? Suo padre doveva averlo conservato; senza dubbio. Suo padre era un dotto!
Sper di trovarlo nel cofano che da secoli custodiva i gioielli e le gemme della famiglia. E riversatole, s, ecco balzar da una scatoletta una monetina d'oro. Lo zecchino! Lo zecchino della Lisa! Anche c'era una nota, suggerita forse al conte Genesio da qualche numismatico amico. Conio del tempo di Marin Grimani, doge dal 1595 al 1605.
To'! Dal 1595 al 1605? Possibile...? Un sospetto, un lampo, pass per la mente del giovane conte Contralbi.
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Ah le misteriose vicende del caso! i riscontri del destino! E rilesse la cronaca all'anno 1597; e vide che la cosa era ammissibile: uno zecchino caduto nella strada durante la zuffa e la rapina del conte Prospero, e portato dall'acqua nelle crete dei "calanchi", era stato rinvenuto da una fanciulletta, tre secoli dopo; e, to'!, alla furfanteria dell'avo si riconnetteva la furfanteria compiuta tre secoli dopo dal nipote; si aggiungeva la colpa dal nipote commessa, purtroppo, senza attenuanti!
Il giovane conte Contralbi, come per timore che gli cessasse quel sentimento buono di riparazione e gentilezza, si mise subito in tasca lo zecchino e part subito alla volta di Lmola.
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Non vi era pi stato da una diecina di anni; da quando suo padre aveva affittato i poderi e la villa; e fu gran meraviglia, lass, a vederlo comparire in automobile. Visit i luoghi de' suoi ricordi di puerizia e i "calanchi"; e, chiacchierando, dimand pure del sarto, che una volta abitava l presso.
Il sarto? Era andato fuor di paese, con il figlio... In America; per la passione che gli era morta la figliola...
- La Lisa? morta la Lisa?
- Di tifo; a diciassette anni: cos bella!
Morta!
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Era bella anche da bambina: bionda, con i grandi occhi ridenti. Allorch rideva, sembrava ebbra di vita. E se piangeva, pareva il pianto di un dolore incomportabile in lei cos piccolina e cos bella; e nascondeva il volto col braccio... Quel giorno... dello zecchino...
Ma, insomma, quel maledetto zecchino non si poteva restituirlo a una tomba! Destinato a essere rubato e a restar rubato, doveva rimanere, necessariamente, nelle tasche del conte Aurelio. No? E ci rimase.
E quando, appena a casa, lo ripose nel cofano gentilizio, il conte Aurelio sorrideva del suo trascorso sentimentale. N ci pens pi.
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Non ci pens pi affatto. Aveva tante altre cose pi importanti per il capo! Poi, dopo parecchi mesi, essendosi finalmente fidanzato all'ereditiera e volendo offrirle un primo pegno d'amore, le present, una sera, il cofano gentilizio: vi scegliesse il gioiello che pi le piaceva. Certo ella sceglierebbe quel che a' suoi occhi attesterebbe meglio la nobilt della famiglia di cui stava per assumere il nome.
Con lo sguardo intelligente e indifferente la fidanzata esaminava a uno a uno anelli e monili, braccialetti e fermagli. Guardava e non sceglieva.
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Ma aperta una scatoletta, esclam curiosa:
- E questo?
Aurelio Contralbi, che non aveva fatto in tempo a sviarle la mano e lo sguardo, arross un poco; e si affrett a rispondere:
-  una moneta veneta del cinquecento...
- MARINGRI? - decifrava la sposa rivoltando lo zecchino e valutandone, dalla effigie, l'antichit.
- Marin Grimani - chiar, gi tranquillo, il conte -: un doge che fu amico d'un nostro antenato.
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Per poco non aveva detto a dirittura: amico del conte Prospero Contralbi!
- Oh! questo, questo mi piace! - esclam l'ereditiera. - Dammelo, Aurelio! Lo voglio!
E lo volle. Perch quello zecchino, pi che la pi preziosa gemma, le pareva attestar la nobilt della famiglia di cui stava per assumere il nome.
 A SANT'ELPIDIO
- Ed Elena Baschi, cos intelligente, cos bella?
- Sempre lass, tra i monti, a Sant'Elpidio; dove and maestra la prima volta.
- Maritata?
- Nemmeno.
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La prima volta che Elena Baschi and a Sant'Elpidio fu in un nuvoloso pomeriggio al finire di settembre.
Lungo, interminabile il viaggio. La strada procedeva a salite e discese tra siepi alte, al di l delle quali non si scorgevano, a quando a quando, che i soliti campi alberati e arati, deserti; e per le frequenti svolte anche la vista, dinanzi, veniva spesso impedita.
Gravavano tedio e silenzio. E se la siepe diradava o cessavano i filari degli olmi, appariva, a sinistra, la costa montana che, nebbiosa, senza cime, escludeva l'orizzonte con limite uguale e dava pur essa il senso di una solitudine lunga.
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Finch, dopo una calata, la strada svolt ancora, e improvvisamente... Oh! Meraviglioso! Allo sguardo si aperse, libero e vasto, un meraviglioso scenario. Il passaggio dalla uniforme e scarsa veduta a quell'inatteso spettacolo fu cos repentino che ad Elena sfugg un'esclamazione di gioia.
La strada rasentava la riva del fiume, che precipitava a picco, profonda; e il fiume, svelato d'un tratto, spaziava bianco nel greto, brillava a raggi intermittenti nell'acqua: la sponda opposta declinava verde, folta, sparsa di case; e laggi, dove le rive si distendevano a valle era, da una parte, la chiesa, bianca, grande, col rosso campanile e una fila di pioppi; e dall'altra parte, una tenera frescura di erba, e tra gli alberi festonati di viti, in gruppi, le case del villaggio. Congiungeva le rive un nuovo ponte a begli archi; sorgevano nello sfondo le montagne, prima azzurre, quasi a respirare nel cielo sereno; poi svanivano in una luce cinerea.
- Sant Elpidio - disse il vetturale.
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E in quella dilatata ampiezza, dall'una all'altra di quelle chiare e ariose rive, correva, come per affrettarsi avanti il morir del giorno, una vita possente di suoni e di voci.
Contadini che incitavano i buoi; donne e ragazzi che si chiamavano e rispondevano; muggiti di vitelli; canti di galli; densi cinguettii di passeri. Quindi il tinnire di un'incudine. Quindi, anima che raccoglieva mille anime e interrompeva mille echi, pi forte e vibrante si diffuse il suono delle campane.
Elena Baschi, commossa, pensava.
Con l'orgoglio di bastare finalmente a s stessa, con la superiorit che le prometteva la cultura della Scuola Normale, con la fiducia di aver a compiere una nobile missione non l'attendevano forse lieti giorni in cos mirabile luogo? Non potrebbe sperare anche l d'esser degnamente amata? Gli otto mesi da trascorrere a Sant'Elpidio non sarebbero almeno per lei come la vigilia di una festa avvenire, la prova meritoria della felicit avvenire?
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Prese a dozzina la nuova maestra una vedova, vecchia di forse sessant'anni, piccola e grassa; col viso grinzoso, cotto al sole. Gli occhi vivi; non brutta, e ridente. Ma doveva essere avara, perch il vitto, abbondante e buono ai primi giorni, and scemando in quantit e qualit; e nei modi la vecchia dava a vedere una rozzezza inasprita dai pregiudizi e dalle costumanze incivili. Cos, faceva che l'ospite desinasse e cenasse sempre sola, sebbene la tavola fosse apparecchiata per due; per l'ospite e per il figlio Agostino, il tiranno.
Questi mercanteggiava in bestiame; ai paesi e alle fiere del monte e della pianura. Era bell'uomo e villanzone. Incontrandosi con Elena, ai primi giorni, si toccava appena la falda del cappello, senza dir nulla; di poi, disse senz'altro complimento:
- La saluto, maestrina.
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D'una volgarit stupida nei brevi discorsi, i suoi motti tendevano sempre ad allusioni sensuali. E avvolgeva Elena d'occhiate lunghe e fredde, da mercante speculatore e da buongustaio mutevole.
Non le temeva essa; l'assicurava la superiorit dell'intelletto e dell'animo.
La turbavano, al contrario, le occhiate della madre. Quella vecchia espansiva e gioconda con tutti gli altri, aveva mutato aspetto con lei; non dissimulava nello sguardo come una preoccupazione continua, una segreta diffidenza, un'antipatia a stento repressa. Perch? Elena sdegnava d'interrogarla.
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Il disgusto per le crebbe quando s'avvide che quella osservazione ostile la seguiva anche fuori di casa; fuori, divenne anzi sgarberia manifesta, dispettosa insolenza. La ragazza della bottegaia l'aspettava su la soglia della bottega per voltarle, vicina, le spalle; la moglie del medico condotto o fingeva di non vederla o rispondeva al saluto chinando appena il capo e sfuggendo; la sorella del sarto sorrideva con ironia maldestra; l'ostessa... Che avevano, insomma, coloro? Che aveva fatto, lei, a quelle donne?
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Quando pot saperlo, rise. Ingenuamente la madre di una scolaretta le disse un giorno:
- Per quass lei  una maestra troppo giovane e troppo bella!
Ah ah! Ecco che cosa avevano! Gelosia; invidia; timori.
Via! Stessero pur tranquille, tutte! Non mirava, no, a rapire l'amante a nessuna, il marito a nessuna, il figliuolo a nessuna! N si cur pi della guerra esterna.
Ma in casa, per quieto vivere, volle subito sollevar la vecchia dello strano sospetto ch'ella cercasse d'innamorarle il figlio. Appena di lui udiva i passi o la voce, scappava nella sua camera.
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E la signora Filomena, la vecchia, non tard ad accorgersi del proposito e a dimostrar gratitudine. Talvolta, piano piano, toccando con l'indice la punta del naso per impor silenzio, entrava a porgerle un uovo appena fatto; talvolta la chiamava dolcemente di sotto la finestra perch scendesse a prendere un po' di sole con lei.
- Venite gi, poverina! Vi far bene.
E tanto insisteva che bisognava accontentarla.
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Sedevano a solatio, davanti alla casa e di lato al pozzo e alla catapecchia ov'erano il forno, il porcile e il pollaio. Sotto al fico, dal piede bianco di cenere, la Filomena dipanava matasse all'arcolaio e cantarellava a bassa voce; Elena, seduta sulla panca del bucato, tra l'olla e la siepe su cui asciugavano fazzoletti e borracci, o cuciva o guardava le galline che andavano a letto. Montavano per la piccola scala sbalzando a una a una di piolo in piolo e misurandosi ogni volta, con la testa alta, allo slancio. Su! Ma lass, l dentro, seguiva un rimescolio di voci e di proteste; e alcune malcontente atterravan di volo e tornavano a beccare nel truogolo. Tra i galletti ancora a terra intervenivano le ultime risse; gli ultimi assalti alle galline proterve. Le oche (non mancavano due oche) si spollinavano a vicenda affondando il becco tra le piume e scuotendo la coda; e il gatto si leccava e lisciava, beato.
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Ma gi il porco domandava a suo modo la cena; e quando il sole calante accendeva d'una luce d'oro la montagna di l dal fiume, stupenda, la vecchia s'alzava per accontentar il porco, povera creatura, e preparare, dopo, la cena dell'ospite.
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Questi gli svaghi a Sant'Elpidio! Questa la vita che compensava tanti studi, tanti sacrifizi! Eppoi? Muterebbe mai sorte pur mutando luogo? Ed Elena Baschi nella presente mortificazione fu presa dallo sgomento del futuro, e pianse la sua bellezza sfiorita entro una scuola, il suo ingegno consunto in opera meschina.
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Ma della tristezza accorata in cui cadde a poco a poco, ma della desolazione profonda a cui a poco a poco si abbandon, n le fatiche della scuola, n il disagio domestico, n la stessa mancanza di affetti (orfana; sola al mondo) potevano rendere bastevole ragione. Un maggior male le rodeva l'anima: come un pi segreto affanno; come un'aspirazione dell'anima spossata e pur avida d'un bene ignoto e inconoscibile. Oh fuggire! oh rompere ogni catena! oh morire!
Piangeva guardando dalla finestra della sua camera la mirabile prospettiva dei monti e del fiume e della valle verde, che l'autunno circonfondeva di una soavit luminosa e di una luminosa pace. E non comprendeva che il maggior male le veniva appunto di l, dal contrasto fra la vita esterna e la sua intima vita, dal discordo fra la tentazione di quel cielo e di quella terra piena d'anima arcana e la sua piccola anima riflessa nel suo povero pensiero ribelle.
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La sosteneva in faccia agli altri l'alterigia. E non comprendeva l'inconsapevole consiglio che le dava l'umilt. Al contrario, dalla consuetudine con la vecchia risentiva un'irritazione, un fastidio sempre pi grave e ormai pari all'odio.
Gi esente da ogni soggezione, la Filomena, anche quando la maestra era in casa, cantava a squarciagola i canti della sua fanciullezza; e cantava con impetuosa gioia, interrompendosi talora sol per ripetere l'usato grido - Oh... l! -, che i ragazzi le mandavano dalla pendice opposta. A sessant'anni! Ebbra di vita, cos!
- Pazza! - mormorava Elena, tormentata.
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Pazza? O piuttosto in quella vecchia sopravviveva qualche cosa dell'anima primitiva, quando l'umanit non si era fatta estranea e insensibile alla natura? Naturalmente - senza riflessione, senza contemplazione, senza ammirazione - la vecchia cedeva alle stesse energie di vita, che, indistinte, traevano liete voci dagli animali, e colori e profumi dalle piante, e risplendevano nel fiume, contro i monti, nel cielo. E cantava, cos, priva di pensiero, per un ignaro, irresistibile consenso del suo spirito alla vita universa.
Se non che, al cader del giorno anche lei si raccoglieva; pensava anche lei. E allora soffriva.
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Era un presentimento, conoscendo lei pure il carattere aspro, violento, pericoloso, del figliuolo? o era un'oscura temenza che aveva nel sangue, ereditaria? o un panico per qualche recente ricordo di sanguinoso assalto?
Ogni giorno, all'imbrunire, la madre usciva in mezzo alla strada e vi restava immobile, attendendo, in ascolto. Se percepiva da lungi il noto trotto, tanto diverso a' suoi orecchi da quello di ogni altro cavallo, gridava forte: -  qui!  qui! -; come annunciasse al mondo intero una miracolosa salvezza; e rincasava trafelata a scaldar le vivande, mentre Elena si ritraeva, saliva alla sua camera. Ma se l'arrivo di Agostino tardava o mancava, allora la madre cominciava a dolersi: - Oh poveretta me! oh Madonna Santa! -; e dalle parole mormorate appena acuiva la voce a esclamazioni angosciose:
- Gli assassini! Oh Madonna santa, se me l'hanno ammazzato, il mio figliolo? Dio! Dio! me l'hanno ammazzato!
Elena, le prime volte che l'aveva vista e udita in tale ambascia, aveva cercato di quetarla, aveva richiesto il perch di cos atroce spavento.
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Con sdegno la vecchia le aveva risposto:
- Non sapete nulla, voi!
Ed Elena ripetendo -  pazza! - se ne andava a letto, tormentata perch la vecchia sino a notte tarda pregava ad alta voce o gemeva in sogno. E il mercante di buoi, quando tornava a notte tarda, sbatteva la porta, parlava forte tra s, bestemmiava salendo la scala. Forse ubbriaco?
Elena si alzava ad accertarsi che il suo uscio era ben chiuso.
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Pass novembre. Venne l'inverno.
Quand'ecco, nel pesante silenzio di una sera che nevicava, la folgore, lo schianto tragico.
Elena era gi in letto, desta; e ud battere pi colpi alla porta.
Chi, a quell'ora? Perch? Non poteva essere che lui! Non chiamava; mandava, lui - s, era lui -, un lamento fioco, faticoso, quasi a prova d'ultima vitalit.
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Orrenda l'attesa; orrende, a un tratto, le strida che proruppero, della madre: - Il mio Agostino! il mio figliolo! Madonna santa! il mio figliolo!
Elena balz; e intanto che si gettava indosso la veste, distingueva fra quelle strida atroci, incessanti, lo scalpiccio dei passi per le scale, il sussurro delle voci - di coloro che lo portavano su...
E dall'uscio aperto vide, nell'altra camera, al lume rossigno della candela...; vide; comprese.
Ferito, l'avevano adagiato nel letto... Seguitavan le strida; strazio, spasimo delle viscere materne; odio, esecrazione dell'anima materna davanti l'assassinio del figlio.
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Nella memoria di Elena, ogni volta che raccapricciando riguardava alla tragica notte, questa sola visione era rimasta evidente; ma del resto il ricordo era torbido, confuso come le immagini d'allora, tra l'ombre agitate dal lume rosso della candela.
E la vecchia che non voleva staccarsi di l, e i due uomini che parevano forzarla senza potere...; due uomini!
Poi, il medico... Giungeva, usciva; tornava dicendo: - laparatomia...; tentare.
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E lei, Elena? Nel ricordo si vedeva quale fosse stata sempre l spettatrice, smarrita, tremante, convulsa, nell'ombra. Invece, no: lei sola aveva fatto cessar quelle strida intollerabili; lei aveva tratta a s la vecchia, l'aveva spinta nella sua camera, l'aveva minacciata - con che parole non rammentava - perch tacesse.
E la madre, che aveva urlato cos il suo dolore, con uno strazio di maternit selvaggia, era caduta a sedere affranta, in un pianto dirotto e cheto; povera vecchia sublime.
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Mor. E la maestra ud dire che le due coltellate se le era meritate in un litigio all'osteria. Quasi potesse esser giusto tanto dolore; il dolore della madre, cui nessuno all'infuori di lei, che v'assisteva ogni giorno, pensava commiserando!
La vecchia riprese le abitudini domestiche; ma sembrava impietrita dentro. Taceva sempre, ora; e quel silenzio, in essa di natura s clamorosa, commoveva pi che lagrime e lagni. Non solo. O perdeva la coscienza della sventura cadendo per la stessa fissit del pensiero in uno smarrimento mentale, o con volont ferma, con energia chiusa e voluttuosa la povera donna cercava d'esasperare il suo soffrire nulla omettendo delle antiche abitudini. E ogni sera apparecchiava la tavola, come un tempo, anche per lui! Sparecchiava, dopo, e sospirava; come soleva le sere che il suo Agostino non tornava a casa.
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N Elena, per quanto si provasse, riusciva a confortarla. Alle parole che venivan dal cuore e che spontanee e sincere avrebbero fatto tanto bene a una donna educata, la Filomena scuoteva le spalle, sfogava lo sdegno brontolando: - Siete una signorina, voi! - Nella fiera vecchia il dolore pareva a volte condensarsi in astio; i suoi occhi mandavano lampi d'ira: per un orgoglio barbaro. Nessuno doveva tentar di scemare il suo disumano dolore. Nessuno!
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Trascorso pi d'un mese, mut; s'intener alquanto; schiar gli occhi e il viso attendendo alle pratiche religiose. Prima d'andare a letto recitava il rosario e il Deprofundis; ma Elena, che a seguirla nelle preci si era sentita costretta come da necessit, doveva non dar segno di compianto. Guai se la vecchia le scorgeva gli occhi rossi! La guatava bieca; non la riteneva degna di soffrire per lei!
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E con l'andar del tempo Elena, dianzi piegata dalla compassione, torn a ribellarsi. Si sottrasse a quei modi d'intolleranza. Che obbligo, alla fine, aveva lei di patir tanto per una persona alla quale non era stata congiunta che dalla sua propria sfortuna? Che compenso aveva avuto del suo soffrire? Che speranza poteva riporre nella convivenza con una donna tale; tanto diversa da lei; a lei contraria del tutto, in tutto? E si conferm nel proposito di partir di lass. E cambiava discorsi e maniere. Non cercava pi affatto le buone parole; non si rammaricava pi che non fossero comprese e gradite le attenzioni del suo pensiero gentile e vigile. Divenne ruvida; sin impaziente. Taceva lei, ora. Si meravigliava essa stessa, ma non le dispiaceva, d'aver forza bastevole per non rispondere alle richieste che la vecchia era pur costretta a rivolgerle; e quando bisognava, richiedeva con tono altezzoso; senza guardare.
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Alla met di giugno: via! Se n'andrebbe! La liberazione!
Ebbene, allora, nell'attesa, Elena s'accorse che la Filomena posava su di lei sguardi di nuovo indagatori; quasi a leggerle nell'anima. E quasi indotta in un'apprensione diversa, la vecchia cominci a starle attorno con nuove premure, con attitudini timide, incerta tra la soggezione e la confidenza. Pareva aver acquistata la coscienza de' suoi torti e aver bisogno di perdono e domandare con gli occhi la piet che per l'addietro aveva disdegnata, l'affetto che aveva respinto.
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Finch, un giorno, a voce bassa, con le labbra tremule, usc a dire:
- Voi, Elena, gli volevate bene:  vero?
E gli occhi materni rifulsero dietro il velo delle lagrime.
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Elena perd d'un tratto la sua energia. Stupita, non ebbe coraggio di negare. Non rispose; svi lo sguardo. E la vecchia:
- Me n'ero accorta, io! E avevo paura che vi sposasse! Ma sarebbe stato meglio...
Bel complimento! Meno male che il suo Agostino sposasse lei, anzi che morire ammazzato!
Ma Elena non rise. Non pot riderne neppur dopo; perch, dopo, la vecchia si rivolse a confortar lei per confortarsi con lei.
- Rassegnatevi, poverina! - le diceva. - Pugni al Cielo non se ne posson dare. Ma il Signore  giusto; e voi sapete se era buono, il mio figliolo! Ah se era buono!
O le diceva:
- Cerchiamo d'esser buone anche noi, e lo rivedremo in Paradiso, il mio Agostino!
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Elena non aveva questa speranza, nondimeno taceva; non commetteva la crudelt di contrariare col minimo atto l'illusione di quella povera vecchia. - Che ignorante! - pensava. - Stolida! Credere che io ne fossi innamorata!; che dsideri, io, di rivederlo in Paradiso! Io!
E contava quanti giorni mancavano alla chiusura della scuola, e sospirava l'ora che se n'andrebbe. Ma sentiva che il distacco non sarebbe agevole; sentiva che il dolore vincola pi dell'amore e che, no, non invano aveva sofferto per quella povera vecchia ignorante e stolida. Bisognava dirle: - Me ne vado. Vi abbandono, per sempre -. Era un pensiero penoso.
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Quando un giorno, uno degli ultimi giorni avanti le vacanze, cred giunto il momento opportuno a dar l'avviso. Rincasando, ud... Oh una cosa insana! mostruosa! incredibile! Al solito luogo d'un tempo, sotto al fico, mentre rigirava l'arcolaio, la Filomena cantava a squarciagola! Appena otto mesi dopo aver perduto il figlio in quel modo, cantava; ripresa dal fervore che nel giugno pieno di vita la natura le effondeva d'intorno, dal cielo caldo e luminoso, dai campi dorati di grano e verdi di messi, dai monti azzurri e solatii, dal fiume bianco e lucente. Cantava! N volgendosi sorpresa, arross; non si vergogn. Interruppe il canto; attese che Elena le venisse vicino. E sorrideva, in un modo...
Elena s'avvicin per dirle (tanto, non era pazza quella vecchia?), per dirle: - Alla fine della settimana, parto. - Ma prima che parlasse la vecchia le prese di forza la mano, la costrinse a piegarsi verso di lei, sul suo petto, le accost al viso le guance grinzose, la baci su la fronte.
Poi si scost d'un tratto per guardarla - oh con tutto il cuore negli occhi, con un affetto immenso! -, e mentre i lagrimoni le calavano su le grinze e sorrideva: - Il Signore  buono - mormor -. Mi ha tolto il figliolo ma mi ha data una figliola. Tu, sei tu, non  vero?, la mia figliola!
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IL PRINCIPE MENDICO.
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Questa l'ho letta in uno scrittore turco del secolo diciassettesimo, e la riferisco perch i novellieri turchi han sempre un'intenzione morale.
In uno di quei paesi ove non si sposa pi d'una donna, e cos non vi si hanno i fastidi dell'harem, viveva un giovane principe ancora senza moglie. - Allah - egli diceva - non mi volle seguace del suo Profeta, n mi  lecito prender pi mogli e compensare con le virt dell'una i difetti dell'altra. Perci - diceva - io non mi aggiogher con donna se non sia veramente bella e veramente savia.
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Attorniando l'assennato giovane molti amici e gran parentado, v'era chi pensava: - mia figlia  bella e savia; forse la sposer -; ed alcuni speravano allo stesso modo per la loro sorella, e non pochi per la loro nipote. Ma a veder coteste fanciulle l'occhio del principe si velava quale per nebbia il lume del sole, e a udirle discorrere il suo orecchio perdeva senso come quando introna un'acqua cadente. Se poi l'amico o il congiunto l'esortava senza ritegno al matrimonio, rispondeva anch'egli senza ritegno: - Di rado va bene il bue aggiogato con la sua femmina se non  fatta paziente dalla fatica e dalle btte. - E l'altro comprendeva che egli non ne stimava abbastanza savia la figlia o la sorella o la nipote; e tutti attendevano di malanimo la scelta che farebbe.
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Accadde che un giorno, mentre il principe cavalcava a diporto per la citt, una giovinetta gli stese la mano, dal lato della via, in attitudine d'elemosinare. Il signore si avvide che la poverina aveva viso gentile e vesti pulite, e trattenendo il cavallo le dimand della sua miseria; n ella indugi a dirgli ch'era orfana e che con la carit del mondo doveva sostentar s stessa e l'avola inferma. Cos disse; e le rifulgeva negli occhi un innocente fervore.
-  bella - mormor il principe, rivolto all'amico che l'accompagnava -; quindi diede alla fanciulla molte monete.
Pi mesi passarono da quell'incontro; e la giovane mendica era del tutto uscita di mente al signore, quando egli di nuovo la scorse alla svolta di un'altra via.
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Gli parve fosse divenuta pi bella.
- Perch - le dimand -, perch non ti sei pi mostrata sulla mia strada dopo che ti ebbi fatta buona elemosina?
- La vostra elemosina fu troppo grande - ella rispose, a occhi bassi.
Allora il principe mormor, rivolto all'amico che l'accompagnava: -  savia -; e porgendo alla fanciulla un pugno di monete: - Prendi - le disse -; non per carit ma per premio della tua discrezione.
Questa volta per la mendicante bella e onesta rimase a lungo nella memoria del signore. Molte feste occorsero, molti sollazzi, perch egli non pensasse pi a lei, e resistesse alla voglia di ricercarla.
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E passaron dei mesi. E un giorno che il principe andava cavalcando con gli amici per le vie meno solite, ecco prorompere da una casa un clamore di voci e uscirne piangente quella misera giovane. Essa scappava, vergognosa, con le mani al volto; e una donnaccia la minacciava con le scarne braccia, e un'altra quasi la percuoteva gridando:
- Sei giovane, sei bella, e chiedi il nostro pane! Impara a godere il bene che hai, o va in malora!
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Disse il principe:
- Vedete? Se la meschina fallasse, la caccerebbero come una cagna tignosa.  onesta, e la scacciano perch non falla!
Una piet profonda egli sent per lei; lo afflisse il dubbio che purtroppo la buona fanciulla non tarderebbe a cedere ai mali consigli; l'ebbe in mente il giorno e la notte. Alla fine pens che s'ella doveva cadere e perdere la virt sarebbe men male cadesse per lui, che la compiangeva.... o non era gi forse caduta, perduta?
Con deliberazione improvvisa il principe chiam il suo maggiordomo, e gli ordin d'andar a vedere dove e come vivesse la mendica di cui descriveva s vivamente l'aspetto.
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Ma, per quanto astuto, l'uomo stent assai a rintracciarne la squallida dimora. Solo giorni dopo rec la notizia, che il padrone attendeva ansioso.
- La tempesta agita l'esile giunco ma non lo rompe - il maggiordomo disse. - Aggiunse che la giovane cuciva o ricamava a poco prezzo. N bastando col lavoro a nutrir s e l'avola, doveva ancora chiedere, a quando a quando, la carit; e ne aveva rimproveri e oltraggi. Pure resisteva alle incitazioni del male.
- Non resister forse alle mie! - esclam il principe. - Torna a lei e dille che rosa fiorita vuol esser colta. Questo  il mio consiglio e il mio desiderio.
Quegli and. Ritorn.
- Rosa senza fiore  spino che si getta nel fango. Cos mi ha risposto.
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Per questo non dubit piu il signore che la giovine fosse veramente savia; e ardente di amore, venne a lei.
Gli parve pieno di sole il tugurio ov'essa abitava; gli tocc il cuore il sospiro della vecchierella, che giaceva nel bianco letto. E intanto ch'egli cercava parole, la fanciulla non trovava parole. Poscia il principe parl e disse:
- Sii non fiore del mio giardino ma signora della mia casa! Tutti ti onoreranno perch sarai non l'amante ma la moglie di un principe come me.
Non era promessa di felicit? Qual maggior grazia poteva premiare la pi chiara virt? La tentazione per poco non avvinse subito l'anima dell'amata; e tanto essa combatt se stessa da dover rompere, poverina, in singhiozzi.
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L'avola sospirava; l'esortava dolcemente:
- Ascolta la tua coscienza, figliuola!
- Signore - allora la giovine rispose al signore -: se io acconsentissi, voi potreste rinfacciarmi un giorno la mia miseria, e la vostra moglie patirebbe quel giorno d'aver mendicato.
Proteste d'amore e di fede non valsero all'amante. Ella ripeteva no. Ripeteva: - Un giorno potreste dirmi: non ti ricordi di quando andavi all'elemosina?
A lui non valse nemmeno chieder piet.
- Comandami dunque come fossi tuo servo! - esclam il principe. - Costringimi a un duro patto! Domandami di compiere un sacrificio per cui io ti abbia in premio. Io t'amo e devi esser mia per forza d'amore!
E la vecchierella disse:
- Ascolta il tuo cuore, figliuola!
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Tacque in lunga perplessit la fanciulla. Finch ebbe un'idea.
- Ebbene, siate voi pure mendico per un mese. Se un giorno mi farete vergogna, io potr svergognarvi alla stessa maniera.
- Cos vuoi, cos voglio - concluse il principe. E giur che per il suo amore patirebbe il freddo e la fame.
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Infatti, solo avvertendo di questo proposito il fido maggiordomo, annunci ai parenti e agli amici che per un mese starebbe assente, senza dire dove andrebbe e perch; e in abito di accattone, mutato in volto da una finta barba, cominci ad accattare. Egli, ch'era uso ai conviti copiosi, morse il tozzo di pan secco e quet la sete con acqua cruda; egli, che riposava tra i molli cuscini, ora dorm su le pietre negli angiporti; egli, che comandava a cento servi, pregava ora il prossimo per amor del suo dio. E pi che a udir chiamarsi vagabondo da chi gli negava la carit, soffr a ricever monete dai ricchi orgogliosi. Ma tutto ci era poco; l'attendevano ben altre pene! Giacch al maggiordomo dispiacque veder il signore in tali affanni per una femminuccia; e credendo che se uno degli amici o parenti riconoscesse il principe forse lo indurrebbe a rinsavire, rivel il segreto ad uno. E come la notizia corse di bocca in bocca, fu strepitoso lo scandalo di coloro che avevano sperato d'aver il principe per cognato o per genero: i migliori andarono in cerca di lui e con amare parole lo richiamavano alla dignit del suo grado; i pi tristi lo insultarono e lo derisero; e la gente vile, che a poco a poco lo riconosceva, fingeva di non riconoscerlo e lo respingeva quasi infetto; lo percoteva; gli sputava in viso. Mai pi grande miseria! mai vita pi grama, pi spregevole, intollerabile!
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Frattanto la bella giovane ardeva anch'essa d'amore e le sembrava che il mese tardasse a passare.
Ma finalmente, compiuta la prova, il principe non pi mendico corse a lei. Ella lo ricev umile e lieta; e la vecchierella, dal suo letto, lo chiam figliuolo.
Le nozze furono presto celebrate con magnificenza che non s'era mai vista; e, nonostante l'invidia e l'odio di molti e di molte, la sposa fu giudicata da gran parte dei cittadini gentile e bella qual'era, e lodata per savia; e la gente vile che aveva percosso il principe, adesso spargeva fiori su la via degli sposi e augurava: - Siate felici!
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E s; furono felici. Ma sin a quando? Sino a quando il principe ebbe a dire, un giorno, alla principessa:
- Non ti ricordi pi del tempo che andavi all'elemosina?
La principessa ribatt, pronta:
- E tu non ti ricordi pi del tempo che ti bastonavano fuor delle case come un cane randagio?
Senonch la risposta non chiuse la bocca al marito, second'ella si credeva. Egli volse tutto il pensiero al passato; il suo sguardo s'accese quasi a un rinnovamento di gioia; poi, a mo' di chi ricade in tristezza, sospir e disse
- Oh che bei giorni erano quelli!
Che bei giorni eran quelli in cui i superbi insultavano alla sua miseria! Che bei giorni eran quelli in cui la gente vile lo respingeva quasi infetto; lo percuoteva; gli sputava in viso! Bei giorni?
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I novellieri turchi hanno sempre un'intenzione morale, e la moralit della storia  facile intenderla: beato colui che soffre per amore!
Solo da un novelliere che non fosse turco ci sarebbe da aspettarsi moralit diversa. Quale? Questa: che il matrimonio  la pi grande di tutte le miserie!
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LE VIOLE.
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- Portatemi fuori; al sole....
Faceva s bel tempo! e la tordela aveva gi chiamata la primavera.
Ma l'aria risentiva ancor dell'inverno, e la madre temeva d'aprir la finestra nella camera della poverina.
Finch venne marzo tepido; all'alba e al tramonto cantarono le capinere su le quercie e i cipressi. Rimettevan le foglie.
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E veniva anche la morte, presto; all'Emilia mancava la forza di tossire.
- Il sole - mormorava a pena.
- E il Signore - disse la madre. - Oggi.
Anticipandole la Pasqua forse il Signore si muoverebbe a piet; compirebbe il miracolo; manderebbe indietro la morte.
Cos, finalmente, le prepararono un letto nell'ingresso della casa, che era - a mezzogiorno - la stanza pi calda, davanti all'aia. E il padre ve la rec in braccio, come una bambina (come leggera!) e, spalancata la porta, la copriron ben bene.
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Accesero il lume alla Madonna. Poi aspettarono il prete.
E dopo la confessione il prete avvis che le farebbero la comunione pi tardi.
Il sole inondava la stanza; nell'anima ricreata e nello sguardo languido dell'Emilia si specchiavano le primavere perdute. Si rivide fanciulletta a correr laggi, al rio, tra la vigna e l'acaciaia; a raccoglier le viole.
- Mamma.... - sorrideva. Aggiunse:
- Ho voglia di viole.
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D'andare a raccoglierne ebbe l'incarico - tornata che fu dalla scuola - l'Annuccia, la sorella di quella che moriva. Bianca e rossa, gagliarda, ardita, essa era tal quale era stata quella che moriva.
A voce alta chiam gli amici della Casaccia, di l dalla strada; e vennero correndo l'un dietro l'altro, con a capo Carlino, il pi grande.
Or come precedeva i compagni, nel passar di corsa dall'aia al prato, per, di l, scendere al rio, Carlino gett un'occhiata paurosa alla casa ove sapeva che l'Emilia doveva morire, ove con immaginazione attratta sospettava di vedere sol cose oscure, sol cose nere: mistero e morte; e, al contrario, improvvisamente, inaspettatamente, nella luce del sole nuovo che rivelava il mondo in una trasparenza fluida e fulgida, vide, dalla porta spalancata, quella figura bianca, distesa nel letto bianco, il viso cereo, le mani ceree. E gli occhi languidi; e gli parve che sorridesse con le labbra ceree: gli sorridesse.
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Un'impressione terribile... "Morire!".
- Aspetta, Carlino! Aspetta! - urlavano gli altri sgambettando quanto potevano.
Fu prima a raggiungerlo l'Annuccia, svelta quasi al pari di lui. Aveva qualche mese meno di lui - tredici anni -; ma lo superava nella vivezza del sangue.
Irritata che non l'avesse attesa, lo rimproverava con i pi fieri nomi, senza curarsi delle strida che, indietro, levava il pi piccolo della brigata, il quale, essendo grasso e tozzo, cadeva a ogni dieci passi gi per il declivio.
- Ghigna! scimmia! civettone! buaccio! chi! - l'Annuccia nominava Carlino. Ma Carlino non si voltava.
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Solo quando si fu fermato alla riva, egli rispose con una smorfia e un grugnito; cos buffo, che la ragazzetta scoppi a ridere. Rideva col cuore; forte; bella; come una ragazza fatta. Nel correre le si era sciolta la treccia, e i capelli lunghi e sparsi avevano riflessi d'oro.
E Carlino si mise a raccogliere esclamando:
- Qui! Venite, dunque! guardate! quante!
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Tra gli sterpi e i bronchi dell'acaciaia, che era stata potata al suolo, le mammole fiorivano fitte, scoperte, quasi in usurpato dominio, quasi a scampo della riva erbosa, dove prevalevano margheritine e ranuncoli; bucaneve, primule e anemoni.
Laggi gravava, nell'aria calda, un indistinto sentore di fiori, di erbe, di bocci, di germi, di gemme, di rimessiticci. Il sole scottava. I pioppi mandando le tremule ombre dei rami, appena rinverditi, all'acqua che scorreva chiara e silenziosa, parevano gi desiderar la frescura; e i cristallini riflessi, qua e l, invitavano a bere le passere e i merli. Suoni prossimi e lontani accrescevano il senso della vita rinnovellante, della primavera che spirava da tutte le cose: rombi di grossi insetti, fruscii di lucertole o di ramarri, tonfi di ranocchi, e, da lungi, a quando a quando, gloglottare di tacchini, crocchiar di galline, crocidar di gazze; qualche trillo, sperduto, d'allodola, qualche strido di coltorto; ed era, nell'insieme, in quel luogo e a quell'ora, un senso di esuberante energia, di fervore soverchio, di risveglio febbrile e veemente.
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Pi caritatevoli di Carlino e dell'Annuccia, Tonietto e la Linda avevan messo il fratellino a sedere all'ombra dei vinchi, persuadendolo a star buono e fermo se non voleva esser mangiato dal lupo e dalle bisce; e s'erano dati anche loro alla raccolta.
Ma presto sorse contesa. Tonietto coglieva, pi che viole, altri fiori, vantandone la bellezza, come se non ne avesse mai visti; la Linda proclamava il pregio delle viole bianche, rarissime.
- No! no! solo di queste! - urlava Carlino mostrando le mammole scure.
- Vogliamo solo di queste! - l'Annuccia ripeteva. - Civettoni che siete!
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N il clamore cess fino a quando la Linda e Tonietto non furon d'accordo di mutar giuoco, per s, ribelli. Discesero ove l'acqua scemava a rivolo e cominciarono a far chiusa con sabbia, stipa e terriccio: dopo, aprirebbero un varco e godrebbero del gorgo irrompente.
Il piccolino, stanco d'essere in bando, piagnucolava: - Anch'a me! me! me! -; guatava cogli occhioni sbigottiti, se arrivassero le bisce o il lupo; e non osava scostarsi.
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A gara intanto affrettavano Carlino e l'Annuccia: egli stringeva un manipolo di viole; essa ne deponeva un mucchietto a pi d'un pioppo.
Quand'ecco li fece ristare un insolito suono di campana; a pochi botti, rapidi.
- Portan la Pasqua a mia sorella - disse l'Annuccia, senza tristezza.
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Senza pensiero, rossa in faccia, con i capelli diffusi e accesi dal sole, tutta riscaldata dalla fatica e dalla gara, piena nel sangue e nell'anima del vigore che palpitava nell'aria, nella luce e nella terra, la ragazzetta attese, diritta, immota. Alla vista, aperta fra le due coste, apparivano, sul colle, la chiesa e il tratto di strada dalla chiesa fino al ponte. Di l, ecco, si videro avanzar lentamente, in cappe bianche e mantelline rosse, i reggitori delle lampade, che mandavano intermittenti bagliori; poi il prete avvolto nell'umerale, e un chierico da una parte, con l'ombrello a ricami splendidi, e un chierico, dall'altra, col campanello: sui camici bianchi l'aria agitava due nastri sanguigni. E, dietro, in fila, gli uomini e le donne con le torce.
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Attoniti, i ragazzi contemplarono la breve fila che arrivava al ponte e si celava nella discesa. Ma il maggiore, al cessare di quella visione, ebbe ravvivata di subito, davanti agli occhi, la visione di poco prima: l'ammalata distesa nel letto candido, immersa nel sole che invadeva la stanza; il volto cereo, le mani ceree, un barlume di sorriso sulle labbra ceree.
- La Comunione... Morir oggi - pens Carlino, mentre guardava i compagni.
Tonietto e la Linda tornarono all'acqua; e rabbrividivano e strepitavano a spruzzarsi con una rama, e il piccolino, dimenticato e dimentico, s'era addormentato nicchiando. L'Annuccia aveva ripresa la raccolta chinandosi or qua or l nello sterpeto, tacita e alacre.
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Ora nella mente di Carlino segu un'altra idea triste: con le sue viole comporre una ghirlanda, da mettere sulla bara dell'Emilia; e al mortorio tutti direbbero: - Bella ghirlanda che ha fatta Carlino
Zitto, sempre serio, egli dunque ruppe due giunchi; li ritorse; li pieg in cerchio fermandoli con una corteccia alle estremit: e, seduto su la riva, prese a innestar le sue viole fra le ritorte. Il segreto panico di poco prima e l'arcano sgomento che riprovava al pensiero del morire, alla tentazione, che provava per la prima volta, di riflettere a quel mistero buio, lo riconducevano in questo mentre al ricordo per cui inconsapevole aveva avuto disposto l'animo a cos sentire e a cos pensare. La domenica, dopo la benedizione, egli e alcuni amici si erano intrattenuti sul ponte, come i giovani grandi, quelli della Lega, che non avevano pi niente da imparare del mondo e aspettavano le donne, di ritorno dalla chiesa.
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Uno aveva detto:
- L'Emilia di Morigi sta male.
Un altro:
- Muore tisica.
E un altro:
- Cos bella!
E aggiunse piano cose che non eran da dire presenti i ragazzi, cose d'amore.
"Morire!".
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Or, tacita e alacre, pensava anche l'Annuccia. Non che sua sorella fosse moribonda. Usa a veder l'inferma, non aveva avuto, lei, rincasando, l'impressione di Carlino. E tutt'intorno a lei era luce fervida; e quel giorno le pareva di vivere in un luminoso ardore.
Pensava a quanto, della Comunione, aveva appreso al Catechismo: che per ricevere l'ostia sacra si deve essere in grazia di Dio e che non  in grazia di Dio chi non si confessa. Di quali peccati, di quando, s'era confessata sua sorella? Ricordava; ricordi torbidi anche in essa, ma ricordi che tornavano appunto per rischiararsi in quel fulgore di sole; tentazione d'un mistero che stava per essere svelato, che voleva essere rivelato in quell'ardor luminoso: ma era il mistero dell'amore, il mistero della vita.
Passo passo giunse dietro una macchia di razze e di rovi. Ivi le parve d'esser pi sicura; di poter cedere senza pentimento, con una strana commozione, alle rimembranze che l'avvincevano.
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Un significato nuovo, inatteso, di desiderio e promessa, le rendevan le parole che una sera di soppiatto aveva udite susurrar da sua sorella all'amante - Se mi sposerai...
E un giorno, un giorno caldo dell'autunno che lei era nascosta nel campo tra il granturco, aveva scorta l'Emilia, rossa, affannosa, correre, per il sentieruolo, incontro all'amante...
Gi la Linda e Tonietto, stanchi di guazzare nell'acqua, proponevano d'andarsene.
- State qui! - intim Carlino.
- State qui con noi! - ripet l'Annuccia.
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Ma quelli, felici di disubbidire, risalirono alla costa, rialzarono il piccolino ridesto e prendendolo a mano e trascinandolo seco s'avviarono faticosamente per l'erta verso la casa.
E l'Annuccia, come se l'interruzione invece che distoglierla l'avesse respinta con maggior impeto nel pensiero tenace, nella memoria vivida, nella tentazione irresistibile, non udi pi nulla, non bad pi a nulla. Scorgeva sua sorella correre al sole cocente, rossa in faccia, affannosa, a incontrar l'amante.
E a rammentarsi in tal modo dell'Emilia sana e lieta, gioiosa, felice, l'Annuccia sent, per la prima volta, vivere il mondo in s stessa.
Perch non sarebbe lei pure felice, ugualmente, presto?
Chiam
- Carlino!
Non rispondeva.
- Vieni qua da me! Ti voglio dire una cosa!
E lui: - Lasciami finir la ghirlanda.
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Ond'essa usc dal cespuglio, e disse a mezza voce: - Domenica mi metto la vestina nuova. M'accompagnerai tu a casa, dopo i vespri; soli noi due? Discorreremo piano...
Il ragazzo, serio, non stupito, alz il viso. La guard mentre essa con la mano impaziente ravviava i capelli, quasi a liberarne del tutto gli occhi lucenti e la bocca vermiglia. Ma, abbassando lo sguardo, egli rispose, serio: - Quando poi saremo grandi.
N turbato nel suo pensiero, Carlino, poich gli mancavano viole a compiere il lavoro, and a prendere di quelle che essa aveva deposte a pi del pioppo.
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L'Annuccia era rimasta trasognata; turbata. "Quando poi saremo grandi..."
E per queste parole, finalmente, il mistero le si rivelava del tutto; il mistero dell'amore e della vita.
Rimase un istante, cos, ebbra; poi, di sbito, le sal alla gola una grande amarezza; un'angoscia l'afflisse, cos grande che gli occhi le si riempirono di lagrime...
Con uno sforzo elev lo sguardo verso la sua casa, come per ricuperarsi o come per accertarsi che non fosse mutata ogni cosa pi cara.
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La Linda e Tonietto trascinandosi sempre dietro il piccolino erano a sommo del prato...
E allora, solo allora l'Annuccia dubit che sua sorella fosse moribonda. E con una nuova stretta s'addiede che Carlino aveva carpite le sue viole. Gli fu incontro, addosso, rabbiosa.
- Le mie viole! Son per l'Emilia! - urlava. - Dammele!
Si scherm Carlino. Elevando la ghirlanda urlava a sua volta:
- Per chi la faccio?
- No! l'Emilia vuole un bel mazzo! Non una ghirlanda!
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Gliel'afferr. Egli tent sottrarla alla presa; e la corteccia, che ne teneva le estremit, si ruppe i giunchi s'apersero; le viole caddero.
Addolorato, pur il ragazzo si fece torvo; assal l'amica, l'acciuff con rabbia; ed essa si difendeva a graffi, a calci. Pestavano, accapigliati, le viole.
.... Ma un grido acuto irruppe dalla casa. Un lamento di strazio, che il pianto prolungava e soffocava, li divise d'un tratto. Allibbirono; si interrogarono con gli occhi.
- La mamma! - gem l'Annuccia. E disperata, corse via, su, verso la casa.
-  morta - pens Carlino.
...
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AMORE E AMORE.
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...
Il commendator Spinalti, quando il giovane sostituto entr nello studio, guard all'orologio e disse con la solita flemma, che pur gli consentiva d'essere un avvocato di molta facondia e di molto grido:
- Se il mio orologio non erra, sono le nove e tre quarti.
Giorgio Garreschi arross; e sedendo al suo scrittoio:
- Ha ragione, commendatore. Ma mi scusi ieri sera ho avuto un grande avvenimento.
L'altro non chiese quale. Con la penna a mezz'aria attese tranquillo in faccia e nello sguardo. E il sostituto:
- Mi sono fidanzato.
Allora lo Spinalti si rimise a scrivere dicendo: - A me il suo avvenimento parrebbe pi grande se invece che tardare tre quarti d'ora, lei avesse anticipato di cinque minuti.
Segu un silenzio che pes lungo su l'animo del giovane. Poi il commendatore, levatosi in piedi:
- Io vado in Tribunale. Verr il conte Zena; si faccia chiarire l'origine genealogica della sua questione. E lei intanto studi la causa Rigoselli, avvertendo che s'infulcra nell'art. 1505.
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Giorgio Garreschi mormor: - Sissignore! -; aperse il codice e cerc il fulcro.
"L'azione redibitoria che proviene dai vizi della cosa....". Ma non lesse pi oltre. La voce del severo maestro si allontanava dall'anticamera. E sicuro d'esser libero oramai, l'avvocatino trasse un sospiro e parl lui.
- Anticipare di cinque minuti? Oh! perch? Per dargli prima la lieta notizia? Bel gusto! Nemmeno un - mi rallegro -; nemmeno: - auguri! -. Gi, per uno che ha avuto solo amori ex lege il fidanzarsi in piena regola  come concludere un contratto a "difetti occulti", a inevitabile "perimento", senza possibilit di "riscatto"! Scettici! Cinici! Tutti cos! Poah!
"L'azione redibitoria che proviene dai vizi della cosa....".
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Ma Garreschi riprese subito la sua via:
- Tre quarti d'ora di ritardo? Sfido! Per forza maggiore. Vuol saperla, commendatore esimio, la causa del ritardo? O crede mi vergogni a confessarla, come se fosse una colpa puerile? Ecco: ho rovesciata la brocca nel catino, e ho rotto l'una e l'altro, e ho allagato il pavimento. La mamma non ha torto a ripetere: - Giorgio  cos innamorato che se non la sposa presto, la sua Claudia, mi mette in frantumi tutta la casa. - Mia madre ha ragione; mia madre dimostra pi intelligenza di lei, signor avvocato illustre! Avere un pensiero fisso e non badare che a quello, per voi, scettici, che vi agitate in testa tanti imbrogli e tante maledizioni, significa aver perduta la testa: per me, invece,  prova d'un grande amore, d'una grande felicit. Ah Claudia! la mia Claudia! Qua, che ti veda!
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E fissando il codice aperto su lo scrittoio Giorgio Garreschi esclam:
- Quanto  bella! graziosa! fine! Che capelli! (e ne scorgeva i capelli, ma solo i capelli, ondulati, morbidi, dai riflessi d'oro). Che occhi! (e ne scorgeva gli occhi, ma solo gli occhi, cilestri e profondi). Che profilo! (e ne scorgeva il profilo, ma solo il profilo, aristocratico, con quel naso cos giusto, quella guancia d'un candore cos roseo, quell'orecchio dal padiglione cos soave). Che persona! (e ne scorgeva la persona in moto, ma solo la persona e non pi il volto, non pi gli occhi, non pi i capelli).
Non v'ha gaudio perfetto, mai. Per quanto egli acuisse la visione interna, non gli riusciva di ricomporre dalle particolari bellezze l'imagine integra dell'amata; e ci si ostinava; e non voleva ricorrere all'aiuto del ritratto.
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Ma pur questo fenomeno non era prova d'amor grande, quasi troppo grande? della fiamma che gli accendeva l'anima quasi troppo? Quando un fulgore abbacinante investe una cosa, se ne vede solo qualche parte: le parti in maggior rilievo; non se ne pu vedere il tutto.
E anche non c' gaudio cos sublime che la realt non lo contenda. Entr il copista ad annunziare il conte Zena; e - avanti! - il nobile cliente - piccolo, sbarbato all'inglese, elegante all'inglese, senza suo merito - avanz risoluto.
- Avvocato, buon giorno! - Signor conte s'accomodi.... Prego!
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Il nobile cliente sedette con la solita disinvoltura l allo scrittoio, dinanzi a lui, all'avvocatino. Il quale affrettava:
- Il commendator Spinalti desidera conoscere la genealogia della sua famiglia; i rapporti originari fra i consanguinei....
- Veda - cominci il conte Zena -: Mio bisnonno ebbe un figlio maschio, cio mio nonno, e due femmine. Alle figlie lasci la tenuta dell'Olmo, sub conditione che morendo esse senza figli, l'eredit tornasse alla linea maschile, di mio nonno, cio di mio padre.... Chiaro?
Non importava chiederlo; all'avvocato Garreschi lucevan gli occhi come al subito ridestarsi d'un lume interno.... Assent, appena, col capo; e l'altro:
- La maggiore delle sorelle rimase nubile. La minore ebbe un figlio; maschio. E questo mor dopo la madre, ma prima della zia rimasta nubile. Mi segue, avvocato?
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L'avvocatino sorrise, annuendo tacitamente. Infatti non aveva capito nulla; per forza maggiore. E che forza! Claudia, la sua Claudia, che quando era solo e tutto nel pensiero di lei gli appariva in confuso, a tratti, ora che non se l'aspettava, ora che aveva di faccia quell'imbecille sbarbato all'inglese, elegante all'inglese, gli era apparsa in una meravigliosa integrit d'aspetto, viva, sorridente, parlante.... Claudia! Per poco non l'apostrofava a voce alta, non la chiamava; s temeva gli sfuggisse dall'intima vista.
- Ebbene: venendo a morte, quel cugino di mio padre (mio cugino in secondo grado) che cosa fece? Fece testamento in favore della zia rimasta nubile! Lasci a lei la tenuta dell'Olmo!
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Le esclamazioni e la pausa indicavano l'enormit del caso, la gravit della causa, e a manifestarsene convinto l'avvocatino Garreschi avrebbe dovuto distogliersi dalla deliziosa contemplazione, staccarsi l'anima dall'anima, privarsi della miglior parte di s: ci che, al contrario, ogni avvocato cerca di fare del suo cliente. Egli tacque. E il conte Zena:
- Scorgo dai suoi occhi, avvocato, che lei ha perfettamente capito l'ingiustizia, l'illegalit di quella disposizione testamentaria; ha capito i termini dell'attuale questione. Ma se volesse qualche appunto....; per i nomi della parentela....
- Anzi! anzi! - disse Garreschi tornando di cielo in terra.
- Scrivo io?
- Anzi! Benissimo! S'accomodi l, allo scrittoio del commendatore!
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Il conte Zena s'alz; depose il cappello su la seggiola lasciata libera l davanti a Garreschi - un bel cappello di color olivigno, nuovo, inglese autentico, esso -; e and a scrivere dove Garreschi l'aveva mandato.
"Claudia!" chiam entro di s il giovane ritentando il suo dolce imaginare. Ma ahi!, era scomparsa, quasi una divina parvenza dubitosa di profanazione. L'interruzione aveva raffreddato l'acceso spirito; e dolendosi d'averla perduta di vista, - Claudia - riflett l'amante -  un angiolo! Ha i suoi difetti anche lei? S: uno. Quando prepara il te e porge la chicchera, solleva troppo il dito mignolo. Una piccola posa. Ma la smetter. Del resto, tutto  naturale in lei. Buona,  buona come sua madre.... Buona la suocera? Sissignori! Mia suocera avrebbe potuto pretendere ben altro partito per sua figlia! Invece.... Cara mamma!
Ricordava le parole della signora, allorch egli le aveva chiesta la mano della figliuola: - Di una cosa v'accerto, avvocato: che Claudia  una ragazza seria, e sar una moglie seria, senza capricci, senza lusso, senza pretese. Questo s! -
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E col piacere, ora, di chi si rif la vicenda della sua fortuna, Giorgio Garreschi riandava la storia dell'amor suo fino al fidanzamento solenne della sera innanzi.
Pro domo sua intanto il conte lavorava; e poich'ebbe finito, venne a presentare il foglio spiegato all'avvocatino. Garreschi, di nuovo distratto con pena dalla amata Claudia, si di a leggere approvando - Bene! benissimo! Chiaro! chiarissimo -; mentre pensava: - Se tu vedessi, Claudia, l'imbecille che mi sta di fianco! A vederlo si direbbe dovesse premermi, pi del nostro amore, la sua lite!
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N aveva ancor scorso con l'occhio tutte le righe che gi, per asciugare il foglio e spicciarsi, tendeva in fretta la mano verso il polverino; n il conte aveva ancor gettato il grido che avvisasse dell'equivoco quand'egli rovesciava sul nobile promemoria il vasetto dell'inchiostro. Oh!....
- Niente di male! niente di male! - dissero ambedue, a una voce, per confortarsi.
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Infatti la calamit sarebbe stata grande se il rivolo nero fosse sgocciolato su le carte e i documenti ammucchiati e sparsi nello scrittoio; ma Garreschi fu pronto a far conca del foglio e a sporgersi con le braccia, al di fuori: cos l'inchiostro col tutto sul cappello - olivigno, nuovo, inglese - che il conte aveva deposto nella seggiola dove prima era seduto, l, davanti allo scrittoio. Nemmeno una goccia ne cadde, per fortuna, a denigrare il parquet.
- Oh niente! niente! - ripet il conte, rosso, lui, di vergogna. Poi, come chi  sicuro dell'efficacia d'un rimedio pur di sollecitare, scapp via senza dir pi altro, reggendo il suo bel cappello a due mani.
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E Giorgio Garreschi pot tornare in piena libert di pensiero; a che il caso impreveduto dava nuovo eccitamento.
- Al diavolo cappello e conte! Claudia, non preoccupiamocene! Non  niente davvero un po' d'inchiostro su di un cappello giallo! C' ben di peggio, al mondo: c' il dolore, commendatore esimio; il dolore che strazia, il dolore che sanguina. E guai se mancasse il conforto dell'amore!; e guai se l'amore non avesse guarentigia nel matrimonio. Ma voi, scettici, voi, cinici, nel matrimonio non ammettete che un istituto per la conservazione sociale, e nell'amore non supponete che la conservazione della specie, non ricercate che la soddisfazione bestiale. Bestie! .
Noi al contrario; io.... Oh perch quando son presso a Claudia il desiderio, il sospetto dei sensi mi ripugna, a me, quasi una contaminazione? Donde il panico che presso a lei mi prende come per un mistero sacro? Perch quando guardo Claudia negli occhi provo una sensazione arcana, che non  del sangue, che non  dei nervi; una sensazione d'anima? E donde questa bramosia di una felicit che sia felicit di lei pi che di me; questa smania di sacrificio, per renderla felice? Sin la morte mi parrebbe bella per ci! E voi chiamate ci istinto della vita! Ignorate, stolti, che nella tentazione di morire, di congiungere le anime sostituendole ai corpi vili,  la suprema volutt dell'amore! Voi, miserabili, non conoscete la poesia che nessuna voce, nessuna arte pot mai esprimere, e che fa di me, in questo momento, un poeta pi grande di Dante e del Petrarca! Non sapete, infelici, che quando si ama come amo io, Dio si rivela! Dio? Amore! Dio, che amore!
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La madre, allorch, alle dieci e un quarto, Claudia entr nella camera ad aprir la finestra e a recar il saluto e il bacio d'ogni giorno, dormiva ancora.
- Su, mamma!  tardi!
Sebbene destata di soprassalto alle carezze e al richiamo, la madre riebbe subito la coscienza della felicit filiale, non che sua, e sorridendo chiese:
- Sei contenta?
- S, s! Ma sono gi suonate le dieci, mamma! E abbiamo tanto da fare, oggi!
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L'altra nicchi. Preg:
- Lasciami finire questo sonnellino! Mi sono addormentata tardi, per pensare a te.
La ragazza scosse le spalle:
- Io invece ho dormito saporitamente. C'ero preparata da tanto tempo a fidanzarmi!
Venuta quindi a specchiarsi alla toeletta:
- Ma non si capisce nemmeno, a guardarmi in faccia, che fra due mesi sar la signora Claudia Garreschi!
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Intanto sorrideva al suo sorriso; considerava il suo sguardo.
- Eppure - seguit meravigliandosi di fare una cosa nuova, di riflettere -; eppure, sento che muter usanze, che non sono pi una bambina, che  ora di mettere la testa a posto. Gi: oggi provo una gran voglia di metter tutte le cose a posto; forse perch Giorgio  un giovane molto ordinato, molto equilibrato, molto riflessivo, molto giudizioso. Basta!
Cos dicendo si diede a rimestare scatole, vasetti e boccette.
Qui la cipria, e qua il cold-cream; qui l'Acqua di Colonia e qua la tintura.... - Ohe, mamma! Bisogna tralasciar di tingersi; se no, chi si persuader che io sono fidanzata? Eppoi, non posso permettere che i tuoi capelli siano neri come i baffi di Giorgio; e lui non se li tinge. Intendi?
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La madre sonnecchiava.
- Cara mamma! Dorme il sonno del giusto. Lei non ci ha proprio avuto n arte n parte a innamorar Giorgio! E i pensieri gravi, adesso, toccano a me. Uf! Veniamo dunque al programma della giornata.
Come tutti quelli che han troppe cose da fare, Claudia cominci dal mettersi a sedere. Sdraiata nella poltrona, seguit a mezza voce:
- Alle undici, la ricamatrice: primi accordi; scelta dei modelli per il corredo, etc. A mezzod, colazione. Poi, toilette. Alle due, dal fotografo. Qualche spesuccia; e dalla modista, per il cappello. Miracolo se alle tre e mezza potremo essere dalle Spani, dalla mia Giulia, a portarle la notizia ufficiale; che le far tanto piacere.  la mia migliore amica. Ah quanto avrei sofferto se Giulia si fosse fidanzata prima di me! Ora che non c' pi questo pericolo, godrei davvero che si sposasse anche lei. Ma, diciamolo francamente,  bruttina; simpatica, ma bruttina. Perch mai tutte le amiche intime delle belle ragazze debbono esser brutte?.... Tiriamo avanti! Lasciato alle Spani l'incarico di diffondere la notizia, torneremo a casa, ad aspettar Giorgio per la passeggiata: e saran gi le quattro.... Oh Cielo! da pensare a Giorgio, al mio Giorgio, non mi resta dunque che una mezzoretta, adesso, prima che arrivi la ricamatrice! Presto! presto! Ecco, penso a te, Giorgio mio! Tanto buono! La merita, quel ragazzo, una sposina come me,...; cos! A proposito.... Mamma, dormi ancora?
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La madre sbadigli.
- Ricordati bene, mamma, che non voglio un turbante! Voglio una toque, da portare un po' inclinata, a destra. D un'aria biricchina; graziosissima. In feltro grigio, con un'aigrette bianca e pluche. Graziosissima!
- Il grigio - osserv la mamma - non sta con l'abito scuro. - E la figlia, felice:
- Bene! L'ho sempre detto anch'io che se non mi faccio l'abito da metter d'accordo col cappello,  inutile pensare al cappello! Dunque siamo intese: ordineremo alla sarta un tailleur in panno grigio-ferro.
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N la mamma neg subito. Sospir, mentre calava dal letto.
- .... con la gonna aperta e chiusa sul fianco sinistro e arrotondata in fondo. Elegante e semplice; vero? E non troppo stretta!
- Ma non potresti aspettare? - chiese la mamma, indossando la vestaglia.
- Che cosa?
- A farti la gonna? Dovrebbe bastarti, ora, una giacchetta homespun....
- Homespun? giacchetta? Ti sembra adatta a una fidanzata? No no: tailleur e gonna alla moda, o niente! Abito grigio-ferro; toque grigia, o niente! Che direbbe la Giulia, che direbbe il mondo se non mi vedessero vestita tutta di nuovo? Bel fidanzamento! Bella fidanzata!
Chi tace conferma: la mamma tacque, sedendo alla toilette.
"Fidanzata - soggiunse tra s la ragazza - dispiacer ad ogni modo a pi d'uno: al dottor Martelli, per esempio; al tenente Ermanni; a Michelino Pancaldi. Povero Michelino! poveri corteggiatori! Non avermi pi in nessuna festa; non poter pi contemplarmi a teatro! Addio!".
- Ma perch, mamma,  obbligatoria, per le fidanzate, tanta riservatezza?
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La mamma, che si tingeva le ciglia, rispose senza voltarsi, austera e grave:
- Per dimostrare che non han altro pensiero fuor di quello del matrimonio, del marito, del nuovo stato.
-  giusto - disse Claudia. E fra s, con un lieve sorriso: " giusto ci si debba pensar prima. Dopo.... sar quel che sar!".
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Indi contempl se stessa gi sposa ammirata, invidiata, fiorente. La piccola toque ingrandiva a cappello di nuova forma, e con l'ala in parte abbassata e rilevata in parte dava ai capelli e agli occhi un pi vivo splendore per un contrasto fuggevole di luce e d'ombra. Al vestito tailleur succedeva un abito non pi angusto e breve, ma cos capace e lungo (la moda ci ritorner) che la snella persona assumesse una leggiadria di grazie quasi maestose. E mentre essa con la destra, bella nel guanto bianco, reggeva l'ombrellino dal manico d'oro, con la sinistra sollevava un po' la veste in modo di civetteria sagace, che sembrasse involontaria disinvoltura.
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Ma a questo punto esclam:
- Oh Cielo!
Mezzo spaventata, la madre lasci cadere il piumino della cipria. Chiese:
- Sono le undici?
- S.... E le scarpe?
- Quali scarpe?
- Le mie. Quelle che mi bisognano. Credi, mamma: le scarpe a punta lustra han gi avuto il loro tempo. Le portan tutte. Torneran di moda gli stivaletti di chevreau.  inevitabile. E se nel resto conviene seguir la moda, nelle calzature le signore debbono prevenire.
- Questo  vero - approv la madre.
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Lieta della conferma, la ragazza sollev un po' la veste, tese la gamba destra, alz il piede e lo guard a lungo. Ora i suoi occhi vagavano in una rverie indefinibile; il suo spirito pareva assorgere in un'aura di beati elisi. Finch raccolse, determin il suo gioioso pensiero:
"Quando si ha un piede piccolo come ho io, una scarpina di chevreau....: irresistibile!".
Ed esclam forte, sicura del materno assenso - Una scarpina di chevreau: che amore!
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Oh le arcane rispondenze delle anime innamorate! Oh le misteriose telepatie degli amorosi spiriti parimenti commossi! Oh i riscontri del pensiero che sta per divenir coniugale!
Chi lo crederebbe? Allora appunto che il fidanzato Giorgio Garreschi si elevava alla divinit mediante il suo amore, ed estatico pensava: "Dio! che amore!", la fidanzata Claudia, beata, estatica, pensava: "Una scarpina di chevreau! che amore!".
E quando, sul tardi, dopo la lunga attesa, Giorgio Garreschi correva dall'amata fanciulla ed ebbro nel rivederla le chiedeva: - Hai pensato a me? -, ella, con ineffabile candore gli rispondeva
- Tutt'oggi!
...
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...
FINE.